mercoledì 26 dicembre 2018

Racconto di Natale



Breve storia della contessa Matilde di Fossalta





1

   Al crepuscolo della terza domenica di dicembre dell’anno milleottocentoquarantotto, poco dopo l’elezione di Napoleone III, nel Ducato di Reggio le campane del duomo suonavano a lutto, anziché a festa. L’intera città piangeva la morte prematura della contessa Matilde di Fossalta, di appena diciott’anni, fatalità avvenuta, per disgrazia, il giorno delle sue nozze col marchese Farinelli della Croce di Sant’Anna, di anni settantadue, affranto sposo novello e inconsolabile vedovo di quarte nozze. Di mogli, infatti, quel galantuomo ne aveva seppellite tre, prima di Matilde, ma quelle, perlomeno, dopo essersele godute un po’.
  In considerazione del rango della contessa, la camera ardente venne allestita, con gran pompa, nella cattedrale sotto le cui alte navate erano stato celebrato, solo poche ore prima, lo sposalizio. La fanciulla, che era giovane e bella, fu posta nel feretro in abito nuziale, i lunghi capelli biondi splendidamente acconciati in vista del banchetto nuziale che si era trasformato, ahimè, in una veglia funebre. Il viso disteso placidamente, le lunghe, seducenti ciglia abbassate sulle palpebre pennellate di turchese, le gote ancora accese dalla gioventù, l’incarnato fresco e sano… tutto ciò pareva smentire il fatto che la contessa avesse rimesso l’anima a Dio e la faceva sembrare, piuttosto, addormentata.
   Il corpo esanime della fanciulla era stato rinvenuto da una delle dame di compagnia riverso sul pavimento di marmo del camerino allestito per l’occasione in una delle stanze della sacrestia attigua al presbiterio, dove la contessa si era ritirata per qualche minuto, bisognosa d’un po’ di ristoro dopo i convenevoli e le formalità che l’etichetta e le solennità dell’occasione avevano richiesto in gran copia.

  Accadde tuttavia che nel bel mezzo di quell’infausta notte, pressappoco alle tre del mattino, la contessa Matilde spalancasse gli occhi di colpo e traesse un gran respiro.
  A quanto pare, si trattava di un caso di morte apparente, altrimenti detta catalessi, imprevedibile in quanto non aveva mai colpito nessuno in tutta la sua stirpe e pressoché sconosciuto ai medici del tempo, e soprattutto a quello della casata, un luminare pieno di sussiego che ne era stato tratto in inganno al punto che, se fosse durato un pochino di più, la contessina sarebbe stata sepolta viva.
   Possiamo immaginare lo sgomento che assalì la fanciulla allorché si trasse a sedere e si vide circondata da una profusione di candele bianche, le cui fiammelle tremolanti creavano un’atmosfera un tantino macabra, nella cattedrale dove si era maritata quella mattina, e per di più dentro una bara, se pure dello stile più raffinato e del legno più pregiato – viste le circostanze, non s’era badato a spese nella scelta del feretro, e ciò ci dà un’idea dello sconforto della famiglia e soprattutto del conte suo padre, che di norma aveva il braccino piuttosto corto.
    Matilde non poté trattenere un grido di sconcerto, e sgranò gli occhi con incredulità. Scavalcò la sponda della cassa, che era nera e smaltata, e balzò fuori dall’odioso letto di presunta morte. Rabbrividì quando posò i piedi scalzi sul gelido pavimento di marmo della cattedrale, inciampando nei numerosi bouquet di fiori d’arancio, di lilium e di rose con cui era contornato il feretro. Una maestosa corona di fiori rosa attirò la sua attenzione più di tutti gli altri ossequi; recava una fascia con l’iscrizione, in eleganti caratteri dorati: “Addolorato per la prematura scomparsa della figlia...” e Matilde ebbe un tuffo al cuore allorché lesse il proprio nome ricamato sulla stoffa.
   Seppur confusa e in preda all’angoscia, capì al volo che si trattava d’un equivoco, e decise di chiarirlo senza indugio. Avanzò sotto le navate silenziose del duomo fino al portone principale, sollevando un poco l’orlo dell’abito da sposa, per non sciuparlo. Malauguratamente il portone, come le due porte più piccole che affacciavano sul sagrato, era chiuso con pesanti catenacci che la fanciulla, debole e spossata dallo choc di un simile risveglio, non riuscì a smuovere d’un millimetro, e lo stesso valeva per la porticina laterale, quella che dava sotto l’arco di Broletto. Quelle auguste soglie erano state sigillate per ordine del conte di Fossalta suo padre e del duca in persona, che conoscevano i loro polli (cioè i loro sudditi) e li sapevano di bocca buona, affinché nessun malintenzionato, sapendo la bella contessa inerme e supina nel feretro scoperchiato, e supponendola ancora caldina, benché defunta, o perlomeno a temperatura ambiente, potesse godere della sua avvenenza violando la salma.
   La contessina non si perse d’animo. Giunta presso l’altare, fattasi il segno della croce e piegate le ginocchia in una breve riverenza, s’impadronì di uno dei robusti candelabri d’argento che torreggiavano dirimpetto all’abside. Brandendo il candelabro, ritornò alla porticina laterale e cominciò a menar colpi d’una violenza inaudita contro i catenacci, finché riuscì a spingerli fuori dalle guide.
    Il conte aveva incaricato otto dei suoi soldati di montar la guardia alla cattedrale, due presso ciascuna porta, fino al funerale che avrebbe dovuto celebrarsi di lì a qualche giorno. All’udire quel trambusto, gli uomini che vegliavano sotto l’arco del Broletto, intenti a conversare amabilmente con le prostitute della vicina torre del bordello, rizzarono le alabarde. Ritenendo che qualche furfante, introdottosi nella cattedrale, fosse sul punto di sgattaiolare fuori dopo aver commesso il vergognoso misfatto temuto dal conte, si prepararono a trafiggere il manigoldo.

     La faccia che fecero, quelle povere guardie, quando la porta si spalancò e dinanzi ai loro occhi sbarrati apparve il viso cereo della contessina tragicamente deceduta quel giorno, intorno a mezzodì, subito dopo le nozze col marchese!
   Sbiancando, quei valorosi mollarono le alabarde, lanciarono per aria gli elmi e se la diedero a gambe. E così pure le prostitute, che corsero a rifugiarsi nella torre del bordello e ne sprangarono ogni accesso, al punto che molti dei clienti abituali, quella notte, rimasero a bocca asciutta e, seppur di malavoglia, dovettero ripiegare sulle proprie legittime consorti.
   Sebbene duramente provata dalle circostanze, Matilde conservava la presenza di spirito che la contraddistingueva fin dalla più tenera età, sicché non le sfuggì il lato ironico di quel frangente e alla vista dello scompiglio che aveva provocato piegò la bocca in un sorriso sarcastico, dopodiché, rammaricandosi un poco del fatto che si sarebbe gualcito, trascinò lo strascico sotto i portici fino alla piazza d’Armi, spaventando a morte le altre guardie, che vedendola attraversare trasversalmente l’acciottolato, a piedi nudi e con indosso l’abito nuziale, credettero fosse un fantasma e ammutolirono, paralizzati dal terrore, senza osare seguir l’apparizione.

   La neve cadeva in piccoli fiocchi graziosi e Matilde, infreddolita, si dirigeva verso casa. Ella avanzava spettrale lungo corso Garibaldi, che allora si chiamava in un altro modo. I tre o quattro avvinazzati tiratardi che l’incrociarono uscendo dall’osteria pensarono d’aver avuto un’allucinazione. Qualcuno, addirittura, decise di smettere di bere.
  La giovane giunge così davanti all’imponente portone della sontuosa residenza dell’insigne famiglia di Fossalta: solleva il battente in ferro battuto e lo riabbassa per tre volte con la poca forza di cui ancora dispone, troppo debole per gridare o invocare aiuto a voce. Poco dopo la luce d’una torcia rischiara una delle finestre al piano terra e s’ode un armeggiar di catenacci di là del portone. Una delle massicce ante si discosta d’un palmo mentre il viso familiare del più fedele dei suoi servitori fa capolino nella fessura.
   Un grido soffocato, l’espressione sgomenta del servo… e il portone si richiude con un tonfo sordo. Che è successo? Intirizzita dal freddo e pallidissima, la fanciulla è stata scambiata di nuovo per uno spettro!
   A nulla, fuorché a spaventare ancor più la servitù, giovò il suo battere a più riprese col piccolo, esile pugno contro il legno. Quanto al conte e alla contessa sua consorte, distrutti dal dolore, per poter chiudere occhio si erano imbottiti di tranquillanti, cosicché nemmeno il boato di venti cannoni avrebbe potuto destarli dal loro malinconico sonno.
  L’inattesa comparsa della fanciulla sortì il medesimo spaventevole effetto sia a casa di certi suoi parenti, che abitavano non lontano, sia presso la dimora dello sposo, che dormiva della grossa, dato che di mogli ne aveva già seppellite tre, cosicché seppellirne una quarta non faceva molta differenza, e il cui sonno non fu punto turbato dalle strida dei servi che si trovarono faccia a faccia col supposto fantasma. Tremante, abbattuta, malridotta e sempre più simile a una vera morta che cammina, Matilde prese allora a vagare per le strade della sua città, sotto la neve che ingrossava, bussando ad ogni porta e ricevendo sempre, ovunque, lo stesso trattamento.

   V’era, in quella città, una medium. Avendo traffici con gli spiriti – pensò la contessa – una medium non farà tante scenate e ascolterà quel che ho da dire, perlomeno; sicché si diresse risoluta verso l’abitazione della donna. Trovò la casa, bussò alla porta facendo del suo meglio per dimostrare, con quel gesto, che nelle sue braccia c’era ancora la carne e nelle sue vene pulsava ancora il sangue. La medium, che era povera in canna e non aveva servitori, venne ad aprire di persona. Come vide la contessina, del cui infelice matrimonio era al corrente, divenne bianca come un lenzuolo e gettò un grido; richiuse subito la porta e crollando in ginocchio sulla soglia, la fronte poggiata contro l’assito, balbettò una preghiera a San Gennaro, patrono della sua città d’origine, chiedendo perdono per tutti gli imbrogli di cui s’era macchiata. Gli spiriti con cui cicalava notte e dì, difatti, erano artifici da fiera e trucchi da quattro soldi, e quel che dicevano era il frutto dell’immaginazione sua e degli allocchi che gabbava.
   Siccome la casa del fornaio era a due passi, fu lì che la contessina si recò, come ultima spiaggia, abbassandosi, quando la porta si aprì, a rivolgere una supplica alla moglie dell’uomo, afferrandole la mano callosa per il lavoro duro e incessante e inginocchiandosi dinanzi alla popolana. Quella trovò la mano che la ghermiva (che era effettivamente gelida per tutto il tempo trascorso all’aperto) un tantino troppo fredda per appartenere a una persona viva, e temendo che il fantasma della contessina intendesse trascinarla con sé nella tomba, ritrasse d’impeto le grinfie e chiuse la porta serrandola con tutte le mandate.


     Coi piedi martoriati e oramai quasi congelati e le gambe che tremavano per il freddo e la stanchezza, Matilde arrancò fino alla grande fontana di piazza d’Armi, non vedendo altra soluzione che affogarsi e assecondare tutti quelli che la credevano morta morendo davvero.
   Vi trovò un bimbo che piangeva sconsolato. Un orfanello, a giudicare dalla povertà dei suoi indumenti, dalla mantella e dalla berretta che portava calcata sulla testolina bionda. Come gli si accostò, il piccino levò gli occhi su di lei e, senza mostrare alcun timore, con un tono molto educato malgrado il nodo alla gola che non gli consentiva di parlare con chiarezza, le disse: “Buonasera, signora.”

  Matilde, che era di buon cuore, dimenticò all’istante l’intenzione che l’aveva condotta presso la fontana e si diede a consolare il piccino, che le confessò d’essersi allontanato, in un momento di distrazione degli accompagnatori, dal folto gruppo degli orfanelli che proprio quel giorno avevano preso parte al corteo funebre di un gran signore del Ducato; ammise d’aver gironzolato tutto il pomeriggio per la città e d’essersi infine smarrito, di non aver toccato cibo da quella mattina e di non saper come fare per tornare all’orfanotrofio. Commossa, Matilde, che pur faticava a reggersi in piedi e disperava per sé stessa, gli assicurò che tutto si sarebbe sistemato, dopodiché gli spolverò la mantella e i calzoncini e lo esortò a seguirla.
   Percorrendo insieme al bimbo le strade vuote e silenti, lo condusse all’orfanotrofio. Qui la fanciulla, forse perché era in compagnia del piccino, che garantiva della sua esistenza, riuscì perlomeno a farsi prendere per viva. Viste le misere condizioni in cui versava, ebbe però il suo bel daffare a spiegare agli istitutori come stavano le cose. Quelli erano alquanto scettici sulle sue pretese ascendenze nobiliari e, temendola una mitomane, si riservarono d’appurare i fatti il mattino seguente. Nel frattempo le fu concesso il beneficio del dubbio, insieme a un piatto di minestra vicino al camino, il cui fuoco era stato attizzato dal custode, un omaccione rustico che aveva un diavolo per capello perché l’avevano tirato giù dal letto nel bel mezzo della notte. Considerata l’ora tarda, a Matilde fu assegnato un giaciglio. Siccome non c’erano stanze libere, però, dovette sistemarsi nel dormitorio delle bambine, in un letto di ferro molto scomodo e decisamente troppo corto per lei, in cui tuttavia sprofondò nel sonno all’istante.


2


   Il giorno dopo, alla luce del sole, Matilde non rischiò più di passare per fantasma. A dire il vero, il Ducato era in agitazione. Girava voce che il corpo della contessina fosse stato trafugato dai briganti ed erano state raccolte dagli incaricati testimonianze giurate di guardie che assicuravano d’averne scorto il fantasma vagare irrequieto per le strade della città, a cui s’aggiungevano le dichiarazioni – stranamente coerenti – degli ubriaconi e dei frequentatori del bordello, nonché quelle delle stesse prostitute, che per lo spavento quella notte avevano scioperato.
 Ristorata dalle ore di sonno trascorse all’orfanotrofio, Matilde si presentò alla casa paterna intorno a metà mattina, chiamando imperiosamente la servitù che l’aveva scacciata in malo modo solo poche ore prima. Udita la voce della figlia dabbasso, il conte si precipitò giù per le scale e trovandosela davanti, abbigliata coi semplici abiti che le avevano prestato all’orfanotrofio e che erano destinati alle istitutrici, non credette ai propri occhi. “Matilde cara!” esclamò. “Sei proprio tu?” Per tutta risposta, la fanciulla si gettò fra le sue braccia. Lacrime di gioia fluirono copiose sul viso di entrambi e fu davvero un bel quadretto. Il servo che aveva sbattuto la porta sul grugno alla contessina, in compenso, fu fatto fustigare.

  Venuto a conoscenza dei fatti, il marchese si rallegrò non poco e raggiunse immantinente la gentil consorte rediviva. Come ebbe dinanzi il novello sposo, la fanciulla, che non s’era sposata volentieri, si rammaricò, quasi, di non esser morta per davvero. Quella brutta avventura aveva fatto comprendere a Matilde, cresciuta nella bambagia, il valore inestimabile della vita, e tutt’a un tratto non era più disposta a sprecare la sua col vegliardo blasonato in un matrimonio combinato. Dobbiamo aggiungere che un giovane della sua età, tal Gianfrancesco, aitante figlio d’un ricco mercante del Ducato, avea da qualche tempo carpito il suo cuore di fanciulla, sebbene le reticenze dovute allo “status” sociale del ragazzo (inadatto, per nascita, ad ammogliarsi con una nobildonna), le insistenze del conte e la straordinaria ricchezza del marchese avessero infine avuto la meglio sui sentimenti, inducendola ad acconsentire alle nozze. Come si doleva, adesso, di quella decisione! Quanto la riteneva avventata e sciocca, ora che era stata sul punto di perderla, quella vita che con imperdonabile leggerezza aveva accondisceso a donare all’attempato patrizio!
   Malgrado la repulsione che la contessina provava per il marchese, il matrimonio fu consumato, perché l’aristocratico fece valere i suoi diritti di marito obbligando Matilde ad adempiere al proprio dovere coniugale. In altre parole, si godette ben bene la mogliettina nuova di zecca… con un’unica limitazione, che ogni cosa dovesse sempre esser fatta a luci spente e con tutte le finestre della camera da letto oscurate da pesanti tendaggi, così che la giovane non fosse costretta a guardare il marchese e potesse immaginare di giacere fra le braccia del suo Gianfrancesco. Era, questa, una di quelle ipocrisie di cui solo le donne sono capaci.

   Accadde però alla contessina, non molto tempo dopo il rinnovo del suo impegno coniugale, di morir per davvero. Volendo descrivere la vicenda nei particolari, diremo che la fanciulla perì d’un colpo apoplettico la notte in cui, per la negligenza d’una cameriera, una candela rimase accesa presso il talamo nuziale e la contessina ebbe la sventura di veder nudo il marchese.
   Fu la notte tra il giorno di Natale e quello di Santo Stefano. Abbiamo detto che la fanciulla morì, ma avremmo dovuto dire che sembrò morire. Infatti, visto e considerato ciò che era accaduto il giorno del matrimonio, furono pochi quelli che credettero che Matilde fosse morta sul serio. La maggior parte dei sudditi del duca ritenne che la contessina fosse sprofondata di nuovo in quella sua  catalessi.
    In particolare, né il consorte, né i genitori presero sul serio quella sua ennesima morte, e supponendo che anche quello fosse un caso di morte apparente, disturbo da cui ormai sapevano che la fanciulla era affetta, senza nemmeno consultare il medico, la misero semplicemente a letto, ben coperta, aspettando che si destasse.

    Solo quando il corpo prese a emanare un aroma un filino troppo acre, venne loro qualche dubbio, e li sfiorò il pensiero che stavolta Matilde potesse esser deceduta per davvero. Allorché il suo viso delizioso, che il marchese ancor smaniava di vedere in piena luce durante l’atto d’amore, assunse la rigidità della morte, i genitori, affranti, si risolsero a consultare il medico. Costui, che per l’errore di giudizio commesso l’ultima volta era stato fustigato a dovere, nel ratificare il decesso dei notabili adesso ci pensava due volte. Asserì pertanto che c’era la possibilità che la contessina fosse deceduta per davvero, ma che l’odoraccio avrebbe anche potuto esser causato dalle esalazioni gastrointestinali graveolenti che l’organismo umano emetteva abitualmente durante i periodi di sonno prolungato. In altre parole, il buon dottore non sapeva che pesci pigliare.
   Dopo qualche giorno si provvide a trasferire la contessina al cimitero. Rimaneva ai genitori, tuttavia, un barlume di speranza, un granellino di fede, ragion per cui, d’accordo con lo sposo, fecero costruire dal più abile carpentiere del Ducato una bara speciale che si potesse aprire dall’interno, dotata d’una maniglia che Matilde avrebbe potuto girare senza sforzo, qualora si fosse svegliata, dall’interno della cassa fornita, all’uopo, di prese d’aria, e fabbricata di dimensioni più grandi del normale affinché alla fanciulla rimanesse spazio sufficiente per muoversi. Inoltre, era stato disposto che la bara non fosse interrata, tantomeno murata nel loculo apposito, ma che fosse semplicemente poggiata sul pavimento della cappella dei conti di Fossalta, i cui cancelli, sorvegliati, sarebbero rimasti aperti giorno e notte, e ciò per la bellezza di cinque anni.
  Se ora possiamo permetterci una considerazione, dovremmo dire che queste misure, adottate allora in via del tutto eccezionale, dovrebbero divenire la norma, giacché i casi di catalessi son più comuni di quel che si potrebbe pensare. Più spesso di quanto non si creda, infatti, qualora per una ragione o per l’altra ci si trovi nella necessità di riaprir la bara di un defunto, il corpo del malcapitato viene trovato in posizioni strane, il volto deformato da una smorfia d’angoscia e di sofferenza, le unghie spezzate. Il legno della cassa, poi, all’interno, è sovente graffiato e mostra talvolta segni evidenti di percosse.

  Quel che sappiamo noi è che Matilde a un certo punto si destò, come l’altra volta, nella bara. Con un’agilità che trovò sorprendente, uscì dal feretro. In un tempo brevissimo giunse alla porta di Gianfrancesco, che giaceva a letto febbricitante, in preda allo sconforto. Prima di venire a conoscenza della pretesa morte dell’amata, infatti, seguendo l’esempio di Pico della Mirandola, ma con un esito che sperava più fortunato, il ragazzo aveva pianificato di rapirla e di condurla con sé a Siviglia, dove aveva certi parenti e dove sapeva che nessuno li avrebbe mai scocciati. Non ci sono parole per descrivere la meraviglia e la felicità del giovanotto nel trovarsela davanti. Per l’entusiasmo, la febbre svanì ed egli guarì in un baleno.
   “Non resta che informare i miei genitori e, ahimè, mio marito” disse mestamente Matilde, che avrebbe preferito di gran lunga continuare a soggiornare al cimitero, piuttosto che tornare dal marchese.
    “Aspettate” le disse il giovane. “Visto che tutti vi credono morta, perché non lasciar le cose come stanno?” E le propose di fuggire insieme in terra di Spagna, dove avrebbero potuto vivere felici e contenti.
   “Accetterò di partire con voi a una condizione” gli disse Matilde. “Promettete che mi rispetterete, che staremo insieme solo quando mi sentirò pronta per voi e che non mi forzerete a far nulla che io non desideri ardentemente. Vedete, il contatto e la vista del corpo flaccido del marchese mi hanno traumatizzata nei riguardi del sesso maschile e di tutti i suoi attributi, e sento che ho bisogno di tempo per riprendermi.”
  “Farò tutto quello che volete, mia adorata” le rispose Gianfrancesco, e fu una di quelle impetuose promesse di cui gli uomini, di solito, si pentono subito dopo averle formulate. Ad ogni buon conto, egli confidava che il tempo avrebbe sanato le ferite della contessina, conducendola infine fra le sue braccia.
   Dispose l’espatrio in ogni dettaglio. Per qualche giorno tenne Matilde nascosta in una stanza che comunicava con la sua, l’accesso della quale fu severamente interdetto a chiunque, inclusa la servitù. Inviò messaggeri a Siviglia con l’incarico di predisporre quanto era necessario al loro imminente trasferimento, dopodiché si congedò dalla famiglia accampando la scusa di dover partire militare per ordine del Re, che l’aveva incaricato di presidiare il Santo Sepolcro… e ciò al fine di depistare eventuali investigatori che il marchese, qualora fosse venuto a conoscenza dell’inghippo, avrebbe potuto mettere sulle loro tracce. Infine, pochi giorni dopo l’epifania, Gianfrancesco partì con Matilde nottetempo, in gran segreto.

   Giunti in terra di Spagna, i piccioncini vissero per molto tempo un amore platonico. A dire il vero, Gianfrancesco trovava Matilde un tantino cambiata. Sarà stato per via del disturbo di cui soffriva, che la erodeva lentamente e che le aveva cambiato il carattere, fatto sta che la fanciulla era più esile, più eterea, più taciturna e distante d’un tempo. Tanto per cominciare, mangiava come un uccellino. Quasi non li toccava neanche, i piatti colmi di vivande che i camerieri mori le mettevano davanti mentre sedeva alla lunga tavola di ebano della sala da pranzo della loro residenza. Il suo passo si era fatto così leggero che nemmeno si udiva, sul lastricato del patio, nella splendida, bianca villa in stile moresco in cui la coppia risiedeva stabilmente da quasi tre anni. La sua candida carnagione, infine, era divenuta ancor più chiara, e diafana al punto che a volte sembrava che il corpo di Matilde fosse trasparente. In particolare, però, feriva Gianfrancesco il fatto che la fanciulla si sottraesse a ogni suo abbraccio. Per lui era una vera tortura saperla così vicina e non poterla possedere dando la stura a tutta la sua virilità.
   Siccome Gianfrancesco era tutto fuorché stupido, a un certo punto gli venne un dubbio, sicché con un pretesto tornò di gran lena in Italia, al Ducato che gli aveva dato i natali, lasciando Matilde a Siviglia. Si recò subito al cimitero, presso la cappella di famiglia dei conti di Fossalta. Trovò il cancello aperto, come era stato disposto dal conte e dal marchese, e la bara chiusa ermeticamente. Questo lo insospettì. Anzi, gli fece correre un brivido lungo la schiena. Ma doveva assolutamente conoscere la verità. Mandati a chiamare due servi fidati, con l’aiuto di leve di metallo e d’un piede di porco, forzò nottetempo il coperchio del sarcofago. Quale fu il suo orrore, allorché i suoi occhi increduli si posarono sul corpo putrefatto della contessa Matilde, in cui pullulavano nidiate di vermi e dal quale gli salì repentino alle narici un olezzo così pestilenziale che lo fece venir meno!


3

  Questi fatti così lugubri e strani sono tutto sommato abbastanza semplici da spiegare. Matilde era affezionata al bel Gianfrancesco tanto quanto detestava il sordido marchese, e chi s’intende delle cose dell’aldilà sa che gli attaccamenti, siano rivolti alle persone o alle proprietà, sono in grado di trattenere un’anima sulla terra in forma di fantasma.
   La fanciulla s’era resa conto da tempo che un cambiamento sostanziale era avvenuto nella sua costituzione. Quando era balzata fuori dalla bara per la seconda volta, per esempio, non aveva avuto bisogno di girare la maniglia per sollevare il coperchio del feretro: piuttosto, ci era passata attraverso, sentendosi molto più leggera del solito. Davanti a casa di Gianfrancesco, poi, ci si era ritrovata all’istante, semplicemente pensando intensamente al luogo in cui intendeva recarsi.




  La verità è che era così innamorata del suo Gianfrancesco che temeva, rivelandogli d’esser morta, che lui la ripudiasse e la scacciasse inorridito, sicché aveva serbato il segreto finché era stato possibile farlo. Nel momento in cui il giovane cadeva al suolo privo di sensi, però, in virtù della chiaroveggenza di cui tutti gli spiriti son dotati, ella sentì d’averlo perduto per sempre, e seppe con assoluta certezza che l’amato non sarebbe più ritornato. Dopo qualche attimo di scoramento – è risaputo che le donne fanno prestissimo ad adattarsi a ogni nuova condizione in cui vengano a trovarsi – Matilde si risolse a condurre a termine il trapasso che per tre lunghi anni aveva procrastinato e, dissolvendosi in una bruma, abbandonò senza più remore il mondo dei viventi.

FINE


Pier Francesco Grasselli è l’autore della trilogia «maledetta» composta dai romanzi L’ultimo Cuba Libre (Mursia, 2006), All’inferno ci vado in Porsche (Mursia, 2007) e Vivere da morire (Mursia 2010), dei romanzi Ho scaricato Miss Italia (Mursia, 2008), e Fanculo amore (Mursia 2009), della raccolta di poesie Sempre meglio che lavorare - Donne, solitudini e cocktail (recentemente uscita per i tipi della casa editrice reggiana thedotcompany) e dell’opera in quattro volumi La Ricerca di Sé stessi (i primi due si possono acquistare su Amazon). Questo racconto fa parte dell’antologia Il fantasma sporcaccione, che uscirà prossimamente.


martedì 29 dicembre 2015

«Vivere da Morire», l'ultimo capitolo della trilogia «maledetta»

Dopo L'ultimo Cuba Libre  All'inferno ci vado in Porsche, l'ultimo capitolo della saga...

«Il giovane Tony, star del Grande Fratello con un debole patologico per le donne, a bordo della sua Porsche  tampona intenzionalmente una Bmw guidata da una una bionda irresistibile: la possibilità di conoscerla vale bene il sacrificio di qualche migliaio di euro. Inizia così, con un piccolo incidente e uno sguardo impietoso su un'umanità consacrata al vuoto esistenziale, il nuovo romanzo del reggiano Pier Francesco Grasselli: Vivere da morire (Mursia, 455 p., 17 euro), capitolo conclusivo di una trilogia di notevole successo iniziata con L'ultimo Cuba Libre e proseguita con All'inferno ci vado in Porsche.

Al centro della scena, come nei due libri precedenti, sono donne bellissime, macchine sportive e feste nei locali più famosi di Portofino e Forte dei Marmi, ma qualcosa è cambiato. Se nella sua prima prova narrativa Grasselli osservava senza esprimere giudizi la vita sregolata dei giovani rampolli della borghesia italiana, oggi il suo sguardo è diverso: i nodi vengono al pettine e i protagonisti sono per la prima volta messi faccia a faccia con le conseguenze delle loro azioni. Come nelle visioni mistiche di Swedenborg – autore citato espressamente nel testo – c'è continuità fra il mondo in cui viviamo e gli inferni e paradisi che ci aspettano e ognuno dei personaggi – Tony l'eroe televisivo, Cesare il playboy dal torbido passato, Claudio il figlio di papà psicologicamente instabile - costruisce quotidianamente la discesa al proprio personale inferno.


Così, l'inizio e la fine del romanzo si richiamano reciprocamente attraverso l'immagine di una macchina sportiva lanciata a tutta velocità, ma nel frattempo tutto – anche il taglio narrativo – muta: se l'apertura è frivola e trendy, la conclusione è un parossismo di violenza che trova nel cinema estremo degli ultimi anni (in titoli come Hostel o Martyrs) il proprio referente più immediato. Grasselli, giunto alla quinta opera, imprime una svolta alla propria produzione narrativa e, chiudendo il cerchio in cui hanno preso forma i personaggi dei suoi libri più noti, si prepara a fare i conti con una categoria – quella di “giovane scrittore” - spesso troppo angusta.»

Carlo Baja Guarienti su «Vivere da morire»Gazzetta di Parma



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«Mi è capitato tra le mani questo romanzo e, lo ammetto...»

«Mi è capitato tra le mani questo romanzo e, lo ammetto, principalmente grazie al titolo piuttosto accattivante, ieri notte, rientrando a casa, ho deciso di sfogliarne almeno un paio di pagine. E dopo tre ore mi sono dovuto imporre di smettere di leggere. Per finirlo comunque questa mattina. Veloce. Questo è "All'inferno ci vado in Porsche" condensato in una sola parola. Un ritmo narrativo impressionante che va molto sopra a quello degli avvenimenti. Una storia (anche) di droga, con un finale da noir TV. Un gioco continuo di punti di vista diversi. Un cambio di prospettive da videoclip fuso nel pop più pop...» 
Marco Giorgini su «All'Inferno ci vado in Porsche», Kult Underground (leggi!)

«All'inferno ci vado in Porsche» è il secondo capitolo della trilogia «maledetta» iniziata con «L'ultimo Cuba Libre» e conclusa con «Vivere da morire». I libri sono editi da Mursia.

Spot radioAll'inferno ci vado in Porsche





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«Il romanzo di Pier Francesco Grasselli è scritto talmente bene che intriga il lettore e lo costringe a non mollare il libro sino alla parola fine...» 

Gordiano Lupi su «L'ultimo Cuba Libre», Lamette ( leggi )



Panorama: leggi



TV: guarda



«Ho scaricato Miss Italia» in TV: clicca qui

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Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi»... 



sabato 22 febbraio 2014

Siamo tutti schiavi in un mercato globale?

La Ricerca di Se Stessi/estratti/3
di Pier Francesco Grasselli


      Chi ha bisogno dell’iPad? 


Non molto tempo fa, navigando nel web, mi sono imbattuto in un articolo intitolato: Muore a 14 in una fabbrica cinese per troppo lavoro.[1] Eccolo:
     «Liu Fuzong, un ragazzo cinese che, nonostante avesse appena 14 anni, lavorava in una fabbrica di elettronica della città di Dongguan è stato trovato morto nel dormitorio della sua fabbrica» scrive il giornalista. «È quanto denuncia China Labor Watch, associazione che ha sede a New York, che ha aperto un’inchiesta sulla morte del giovane.
     «Secondo l’associazione sono di 12 ore i turni per gli operai della fabbrica, tra i quali vi sono anche ragazzi sotto i 16 anni. Anche se la legge cinese vieta di assumere operai di età inferiore a quella, la legge viene spesso aggirata: nel caso di Liu, il ragazzo era stato inviato alla fabbrica da un mediatore che aveva usato i documenti di un operaio più grande per registrarlo.
     «“Gli altri operai hanno detto che il ragazzino è morto per troppo lavoro – ha dichiarato Li Qiang, fondatore di China Labor Watch. – Ogni giorno ci sono ore di lavoro in più. È troppo anche per gli adulti, figuratevi per i ragazzi.”»

 L’articolo continua e il giornalista fa presente che i nostri smartphone e i nostri tablet vengono costruiti o assemblati per la maggior parte in Cina o in altri Paesi dove la manodopera è a buon mercato, per fare un eufemismo, dove le condizioni di lavoro sono tremende, dove sono frequenti le discriminazioni di sesso e d’età e i maltrattamenti fisici e verbali, dove vengono impiegati minori e gli standard minimi di sicurezza non sono rispettati.

 «Liu Fuzong sarebbe morto alla Yinchuan Electronic Company, Ltd di Dongguan, città non lontana da Guangzhou – leggo. – La Yinchuan, azienda di proprietà della 3CEMS Group (che lavora per conto di Samsung, Canon e Sony), produce schede madri per la Asus ed è stata già al centro di denunce per lavoro minorile.»
     «Tra aprile e maggio scorso si sono registrati tre suicidi tra gli operai della Foxconn, Technology Group, il colosso cinese dell'assemblaggio, anche conosciuto come la “fabbrica dei suicidi”» continua l’articolo. «La società taiwanese con molti impianti in Cina nei quali si producono, tra gli altri, iPhone, iPod e iPad, è un nome che campeggia sempre negli scandali degli ultimi anni, sia per una serie di suicidi a catena tra i suoi dipendenti[2], sia per le condizioni di lavoro al limite della schiavitù, portate a conoscenza del grande pubblico dai media e da diversi gruppi e movimenti per i diritti dei lavoratori.»
     «Ma la Foxconn non è l’unica azienda i cui dipendenti si tolgono la vita. Il 15 maggio è stata una dipendente della fabbrica della Samsung a Huizhou, nella provincia del Guangdong, che si è suicidata gettandosi dal settimo piano di un palazzo» c’è scritto ancora. «Heg Electronics, succursale cinese della Samsung è stata denunciata da China Labor Watch[3] per una serie di violazioni dei diritti dei lavoratori da parte dell'azienda. (...) L'organizzazione ha rilevato che gli operai sono costretti a turni di 11 o addirittura 12 ore di fila in piedi e fanno oltre cento ore di straordinari al mese, spesso non pagate.»
Terminato l’articolo, mi cade l’occhio sul mio telefonino. Samsung. Quindi, fatemi capire, anch’io, in quanto acquirente di quel telefonino, ho una parte di responsabilità nella morte di Liu Fuzong? Anch’io, malgrado l’attenuante dell’inconsapevolezza, ho indirettamente causato la morte di quel ragazzo?

  Si direbbe di sì.
 Sebbene le responsabilità maggiori siano quelle dirette, certo. Quelle dei dirigenti dell’impresa per la quale il ragazzo lavorava, tanto per cominciare, che sapevano quali fossero le condizioni dei suoi operai. E quelle dei capi della multinazionale che ha appaltato la produzione all’impresa in questione, che probabilmente sapevano ma naturalmente facevano finta di non sapere.

  Ma Liu Fuzong sarebbe morto se non ci fossero stati i consumatori, che acquistano i prodotti realizzati da quell’impresa e da quella multinazionale? Liu Fuzong sarebbe morto se non ci fossero stati i consumatori, che tengono in vita quell’impresa e quella multinazionale acquistando i loro prodotti senza informarsi delle condizioni in cui quei prodotti vengono realizzati? La disinformazione costituisce un’attenuante, certo, ma questo vale anche per l’indifferenza, per il non aver mai cercato di informarsi?

 Domande legittime, mi sembra, che si possono sintetizzare così: che parte abbiamo, noi, in tutto questo? Noi che chiudiamo un occhio? Noi che spesso facciamo finta di non sapere da dove vengano e come siano stati realizzati i dispositivi che acquistiamo? Noi che non abbiamo fatto lo sforzo di informarci? In che misura siamo responsabili di quanto accade in quelle fabbriche così lontane da noi? Fino a che punto siamo complici di quanto accade, noi che con i nostri consumi sosteniamo e facciamo prosperare le aziende che applicano questi metodi?
   Domande che non è piacevole porre a noi stessi. Ma è anche perché non ce le siamo mai poste che succedono cose del genere, cose come la morte di Liu Fuzong.

  E un’altra domanda è: Che cosa possiamo fare per non essere complici? Se è vero che queste società sono le succursali cinesi di Samsung, Canon, Sony, eccetera e che costruiscono smartphone e tablet e producono schede madri per la Asus e così via, che cosa possiamo fare, noi, per non essere conniventi?
 Semplice: dobbiamo smettere di comprare smartphone, tablet, eccetera (perlomeno quelli di alcune marche).
   Infatti, come scrive, Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, «le imprese si comportano male perché sanno di avere a che fare con dei consumatori egoisti, stolidi e incuranti, che non si pongono nessuna domanda prima di fare i loro acquisti. Al contrario, se sapessero di avere a che fare con dei consumatori che prima di comprare pretendessero di conoscere in quali condizioni sociali e ambientali sono stati ottenuti i prodotti e fossero disposti ad acquistarli solo se rispondono a certi requisiti di correttezza, queste aziende starebbero molto più attente al loro comportamento. Di qui l’importanza del consumo critico, che consiste proprio nel fare la spesa scegliendo i prodotti non solo in base alla qualità e al prezzo, ma anche in base alla loro storia e alle scelte effettuate dalle imprese produttrici.»[4]




 Smettere di comprare smartphone, tablet, eccetera. Facile a dirsi, ma non altrettanto a farsi. Eppure, riflettiamo: chi ha bisogno dell’iPad? Chi ha veramente bisogno dell’iPad (e con «veramente» intendo: per sopravvivere)? Noi o le società che li mettono in commercio? Noi o le multinazionali? In fondo, a chi giova questa sovrapproduzione di dispositivi elettronici?



             Lo stesso meccanismo usato da Hitler

   Non intendo rinnegare la tecnologia, né proporre un ritorno all’età della pietra, ma tutti questi dispositivi elettronici sempre più sofisticati, a maggior ragione se vengono prodotti in queste condizioni, a questo prezzo, sono davvero indispensabili?
   Non si tratta piuttosto di bisogni indotti, fittizi, creati per alimentare queste tentacolari, tiranniche entità economiche prive di scrupoli e ormai fuori controllo cui diamo il nome di «multinazionali», deresponsabilizzate nella percezione del proprio operato a causa della loro stessa struttura segmentata, collettiva e quindi sostanzialmente impersonale (lo stesso meccanismo che Hitler utilizzò per assassinare milioni di ebrei nei campi di sterminio)?
   Non si tratta piuttosto di espedienti studiati per preservare ed espandere questa enorme macchina di miseria morale e materiale che osiamo chiamare «economia»?

Perché questo sistema disumano provoca più miseria che benessere – miseria morale nel cosiddetto «nord del mondo», miseria materiale nel cosiddetto «sud del mondo».

Perché questa è la grande bugia: che questo tipo di commercio e questo tipo di economia vadano a beneficio di tutti, ricchi e poveri.


Invece no. Invece questo tipo di commercio e questo tipo di economia fanno sì che i ricchi diventino sempre più ricchi, e che i poveri diventino sempre più poveri.

Questo tipo di commercio e questo tipo di economia fanno sì che i ricchi diventino sempre più aridi – gente che conosce il prezzo di tutto, ma il valore di niente – e che i poveri diventino sempre più infelici.



Questo tipo di commercio e questo tipo di economia hanno come risultato la sperequazione nella distribuzione della ricchezza, dei vantaggi e - anche se quasi nessuno se ne rende conto - dei valori.
 E del resto qual è la fonte di tutti i mali dell’occidente, se non questa? qual è, se non il fatto che, sommersi da una valanga di cazzate inutili, abbiamo perduto la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che è importante da ciò che non lo è?



 Come dice uno dei giovani protagonisti di The Informers, film tratto da uno dei libri di Bret Easton Ellis, lo scrittore che più di ogni altro ha saputo cogliere lo smarrimento esistenziale dei giovani della nostra epoca:


     

    «Ho bisogno di qualcosa in più di questo...» 
     «Graham, cos’altro c’è? Hai già tutto.»
    «Ho bisogno di qualcuno che mi dica che cosa è bene. Ok? E ho bisogno di qualcuno che mi dica che cosa è male.»

L’idea liberista e capitalista di mercato globale, dove ciò che chiamiamo «libertà» non è altro che la «legge del più forte» traslata nell’ambito economico, non fa che salvaguardare e accrescere il potere delle lobby, delle grandi aziende e delle multinazionali schiacciando le piccole e medie imprese e sfruttando sempre di più i lavoratori, dando origine a «spirali ascendenti e discendenti d’ineguaglianza», come scrive Daniel Rigney  [5], e questo è ormai del tutto evidente persino in Italia, dove, per esempio, sulla base di uno studio sui salari[6] la Fisac Cgil ha recentemente annunciato che le disuguaglianze nelle condizioni economiche degli italiani crescono sempre di più, giacché mentre «il 10% delle famiglie italiane detiene poco meno della metà (47%) della ricchezza totale», «il resto (53%) è suddiviso tra il 90% delle famiglie». Una differenza che diventa macroscopica e che sembra aumentare esponenzialmente quando si paragona il compenso medio di un lavoratore dipendente e quello di un top manager. Infatti, se «nel 1970, sempre secondo lo studio del sindacato del credito della Cgil, tale rapporto era di 1 a 20», «ora il rapporto è di 1 a 64 nel settore del credito, di 1 a 163 nel resto del campo economico».[7]

 Dati come questi, come scrive anche Gesualdi,  «sono la dimostrazione del grande imbroglio di un sistema che pur non cessando di mietere vittime per servire l’interesse di pochi, continua a dire che il commercio deve espandersi per portare beneficio a tutti». «Il fatto è che questo sistema non pensa al commercio come a una attività che serva alle comunità per potersi rifornire di ciò che localmente non c’è o che non ha senso produrre. Questo sistema pensa al commercio come a un’attività al servizio dei mercanti.»[8]
La chiamano concorrenza, competizione... La verità è che questo sistema è basato sulla rapina reciproca. La verità è che ci aizzano gli uni contro gli altri come cani per un tozzo di pane, ed è precisamente in questo modo che prolungano la nostra schiavitù.
«Non so che cosa ci voglia per sopravvivere in questo dannato paese» scriveva Henry Miller negli anni ’70. «Bisogna avere la moralità e la ferocia di una donnola, l’aggressività di un pugile, la spietatezza di un assassino, la crudeltà di un grosso magnate – e in più un barile pieno di fortuna.»
Stati Uniti, Europa, Africa, Asia... in questo tutto il mondo è paese. I banchieri rapinano lo Stato, lo Stato rapina i contribuenti, i contribuenti si rapinano fra loro.... Non mi stupisce che qualcuno cerchi di chiudere il cerchio mettendosi a rapinare le banche. Ma in questo caso si tratta di una rapina illegale che per lo più ha conseguenze drammatiche.
Io non me la sento di condannare chi, spinto dalla disperazione o dalla necessità, rapina una banca, e neppure chi evade le tasse, cercando di sottrarsi alla tirannia delle istituzioni e alla prepotenza delle lobby.


 Quello che fa incazzare è l’ipocrisia. I banchieri, i capitani d’industria, i padroni delle multinazionali, gli azionisti delle società quotate in borsa e i loro esimi dirigenti partecipano alle raccolte di fondi a sostegno della ricerca oncologica e contemporaneamente mettono in commercio prodotti e alimenti che favoriscono l’insorgenza di cancro, diabete e malattie cardiache; aderiscono alle iniziative a favore dell’ambiente mentre le industrie da loro amministrate usano il mare e la terra come discariche; fanno beneficenza con una mano e con l’altra tolgono il pane di bocca a chi non ha voce per protestare; mandano in onda spot pubblicitari che parlano di solidarietà e di fratellanza universale e intanto si comportano come schiavisti, al punto che le imprese dei paesi dell’Europa dell’Est o dell’Estremo Oriente a cui hanno appaltato la produzione al fine di ridurre i costi e ottenere il massimo del profitto promuovono l’impiego minorile (sottopagato) e violano i diritti dei lavoratori in una maniera che non è facile da immaginare... ma possiamo provarci:

   «Immaginatevi la scena: 850 operai, soprattutto donne, alcune delle quali molto giovani. La fabbrica è calda e polverosa. Non c’è acqua potabile e non c’è possibilità di rinfrescarsi perché i bagni sono chiusi a chiave. Del resto, per andare in bagno bisogna chiedere il permesso ed è consentito farlo solo due volte al giorno per un totale massimo di otto minuti. Se un’operaia viola questa disposizione, è inserita in una lista e dopo tre volte licenziata. È proibito parlare e sono frequenti le punizioni corporali. Le operaie sono picchiate, prese a spintoni e colpite dal lancio di oggetti. Quando si ammalano non hanno il permesso di recarsi dal dottore.» [9]

    È giusto rilanciare questo tipo di economia?


 Insomma, è l’impostazione generale che va cambiata. Queste idee di mercato sono divenute obsolete e questo sistema economico ha fatto il suo tempo. So che qualcuno mi troverà naïf, ma lo dico lo stesso: ora c’è bisogno di finanza etica, di un sistema che coniughi l’economia con l’umanità, perché se quarant’anni fa avevamo lo «sviluppo» senza avere il «progresso», come ha spesso ripetuto Pasolini, ora non abbiamo più nemmeno lo «sviluppo», ma solamente il «regresso».

 Julius Evola ha parlato del «fenomeno moderno della “demonìa dell’economia”» definendola «l’aberrazione senza precedenti dell’uomo occidentale»  e mostando l’urgenza dell’adozione di «più alti punti di riferimento». (Il cammino del Cinabro, 12)

 «Non il valore dell’uno o dell’altro sistema economico, ma quello dell’economia in genere va posto in discussione» scrive, ed è proprio così.

 Il mito di mio nonno è sempre stato Silvio Berlusconi, il grande imprenditore, l’uomo capace di realizzare il benessere economico, di accumulare beni, ricchezze, proprietà – l’avere, direbbe Fromm. Ebbene, questa è una visione della vita superata, una visione della vita che riguarda le generazioni di ieri, le generazioni che hanno vissuto i tempi duri della guerra e del dopoguerra, o gli yuppie che si sono fatti prendere dalla smania di quattrini negli anni ’80.

  Oggi il successo non è qualcosa che si misura da quello che realizziamo, ma da quello che siamo. Oggi il benessere non è qualcosa che realizziamo al di fuori di noi, ma qualcosa che realizziamo dentro di noi, indipendentemente da ciò che ci circonda. Oggi la ricchezza consiste nell’essere, e non nell’avere.

    La crisi economica globale non è che il processo dissolutivo del vecchio sistema consumistico e capitalistico imperniato sull’esteriore, sul denaro, sull’avere. Non sappiamo se questo processo si esaurirà in breve o se si tradurrà in decenni di lenta agonia, ma resta il fatto che questo sistema basato sul saccheggio dei mercati e su una speculazione sfrenata e imprevidente, sullo sfruttamento smodato delle risorse e della manodopera, su un opportunismo privo di scrupoli che in molti Paesi viola i diritti umani dei lavoratori, sul calcolo e sul ricatto sociale, oltre che su un atteggiamento antiecologico e irresponsabile, questo sistema, dicevo, questo circolo vizioso di avidità e di individualismo, ha palesato il suo carattere autodistruttivo; non funziona più, ed è venuto il momento di cambiarlo.

            Ragionare secondo una logica diversa

   Al momento tutti parlano di come «uscire dalla crisi», di come «salvare l’economia», ma è davvero giusto cercare di salvare il vecchio sistema?
   Per come la vedo io, ci vuole volontà di cambiare, più che di salvare. Per questo leader come Berlusconi non sono più idonei, come mentalità, a dirigere il Paese. Abbiamo bisogno di leader che ragionino secondo una logica diversa, secondo una logica che non è quella dello sviluppo incondizionato, della prosperità materiale, del «far girare l’economia» in senso consumistico, dell’avere, ma piuttosto secondo la logica della «qualità della vita», dell’arricchimento culturale, dell’essere.
     Che senso ha augurarsi un nuovo boom economico? Che senso ha affannarsi nel tentativo di tenere in vita un sistema fallimentare e deleterio? La cultura del possesso, della «roba», l’immissione compulsiva di beni superflui nel mercato e il loro acquisto incondizionato da parte dei consumatori, la provata inattuabilità dello smaltimento o del riciclaggio degli scarti del processo, se non in minima parte, e il conseguente stipamento di enormi quantità degli stessi nelle viscere della terra (o il loro incenerimento per il quale comunque paghiamo un prezzo altissimo in termini di inquinamento atmosferico), in una parola la «società dei consumi», tutto questo deve finire.


   Non so voi, ma a me viene il vomito quando vedo dei ragazzi fermi ad ammirare una automobile.
 Mi dico: «Non è così che deve essere». Dobbiamo fare in modo che i ragazzi smettano di sognare la Ferrari o la Porsche. Dobbiamo modificare la polarizzazione dei desideri, fare in modo che le persone siano attratte dalle possibilità superiori e non da quelle inferiori, dall’essere e non dall’avere. Non è più possibile tollerare questa dispersione delle energie, questa distorsione della verità, questo sfasamento dei valori. Oggi più che mai s’impone «una revisione generale dei valori venuti a predominare nel mondo occidentale», per usare le parole di Evola.

     Se i consumatori smetteranno di acquistare idiozie perché non potranno più permettersele, allora i commercianti smetteranno di venderle e gli industriali smetteranno di produrle e l’intero sistema dovrà cambiare. Certo, molte persone si ritroveranno senza lavoro, ma proprio in questo consiste il dolore (inevitabile) del cambiamento, il lamento che risuona al trapasso di una mentalità obsoleta, all’estinzione del vecchio sistema, cui seguirà tuttavia una fase di assestamento e di ri-orientamento.
     Finora le forze sono state sprecate in una ricerca senza fine e in fondo inappagante, nel vano tentativo di trovare la felicità soddisfacendo un desiderio (materiale) dopo l’altro, e ciò nel contesto del vecchio sistema legato a un impiego futile ed esteriore delle energie che anziché essere orientate verso l’interno sono orientate verso l’esterno – verso la māyā, direbbe un buddhista.

     Bene, una crisi economica rappresenta per forza di cose un rivolgimento all’interno, una rimessa a fuoco di ciò che è realmente necessario, di ciò che è realmente importante. Il calo dei consumi, forzoso o spontaneo che sia, porta con sé una ridefinizione delle priorità e il ristabilirsi di una corretta scala di valori.  Del resto, le energie globali possono essere redirezionate solo a seguito di un cambiamento radicale dell’impostazione economica e commerciale e della mentalità corrente.
     Occorre un nuovo sistema e finché il vecchio sistema non sarà azerato non si potrà crearlo: forse la spirale in cui siamo precipitati rappresenta l’agonia di un sistema antiquato che si autodistrugge. Inutile aggrapparsi ostinatamente alle vecchie forme. Inutile tentare di ripristinare il sistema consumistico-capitalistico o tentare di preservare il regime statale che lo ha sostenuto e la classe politica che abbiamo malauguratamente ereditato: quel sistema è stato portato al limite e ha ceduto; quel regime si è rivelato sconveniente e quella classe politica incapace e corrotta.


   Tentare di «metterci una pezza» è inutile. Possibile che sappiamo solo prendere tempo? La domanda ora è: siamo pronti per cambiare? Siamo disposti a reimpostare tutta la nostra economia secondo una logica più responsabile, secondo parametri socialmente e umanamente accettabili, riducendo l’impatto ambientale, promuovendo una sorta di downshifting su scala mondiale, un downshifting che coinvolgerebbe tutti gli ambiti del nostro vivere. Che siamo pronti o no, non fa differenza: dobbiamo essere pronti, dobbiamo essere disposti a farlo, perché è in questa direzione che ci stanno conducendo la natura, l’evoluzione e il corso della storia.

   Il cambiamento non sarà indolore, anzi non c’è dubbio che farà non poche vittime, in primis fra coloro che non sapranno adeguarsi, che si ostineranno ad aggrapparsi alle vecchie forme superate. Una fase di panico e di difficoltà, forse persino di miseria, sarà pressoché inevitabile, e moltissime persone rimarranno «in brache di tela», come si suol dire.

                bisogni fittizi e beni superflui


 A chi sostiene che il ripristino del vecchio sistema e l’introduzione spasmodica di nuovi consumi sia dovuta alla impellente necessità di creare posti di lavoro, non possiamo che rispondere: che senso ha creare lavoro inutile? a che cosa serve? a chi serve? C’è bisogno di lavoro vero, di lavoro utile. Non ci interessa il lavoro basta che sia
Non ci interessa far ripartire un’economia basta che sia. Secondo me, è meglio che milioni di persone restino senza lavoro, è meglio che noi tutti attraversiamo un periodo di indigenza e di angustia, se l’alternativa è far ripartire un’economia tale e quale a prima.
 Questo è il punto essenziale: la forza-lavoro non va impiegata nuovamente nella produzione di coglionate, nella promozione di un modus vivendi che ha già palesato la sua dannosità; la forza-lavoro va incanalata in una direzione nuova, che è quella della qualità della vita, della sostenibilità, del rispetto dell’ambiente, della dignità dell’essere umano, del cercar di rimediare agli sfaceli che abbiamo arrecato al biosistema terrestre, alle altre forme di vita e a noi stessi, giacché le concezioni materialistiche correnti ci hanno castrati, per così dire, dal punto di vista spirituale e cioè in vista di quell’evoluzione che dovrebbe consentirci di sviluppare appieno le nostre potenzialità.

 Posti di lavoro. Certo, ne servono. Ma cosa succede se il lavoro è dannoso? La necessità di creare posti di lavoro è una buona ragione per preservare all’infinito un sistema che danneggia il pianeta e l’essere umano? un sistema che ci orienta sempre di più verso il superficiale, l’inessenziale e l’esteriore?

   No di certo, e se l’evoluzione fa il suo mestiere, col tempo le energie saranno re-indirizzate, la forza-lavoro sarà impiegata altrimenti, in modo costruttivo e realmente proficuo e non più sciupata nella creazione di bisogni fittizi e nella produzione di beni superflui. Di sicuro l’assestamento richiederà tempo e non sarà indolore. Occorreranno cambiamenti significativi: nuovi sbocchi, una nuova mentalità, una nuova visione della vita. Ma abbiamo forse alternativa?

  Automobili: come se il mondo non ne avesse abbastanza


 Viene perciò da chiedersi se sia giusto, anche potendolo fare, rilanciare questo tipo di economia, se non convenga piuttosto lasciare che il sistema economico basato sul consumismo si autodistrugga in modo da poter poi studiare un nuovo sistema nel rispetto dell’ambiente e della qualità della vita.
  Certo, se l’economia ripartisse le persone ricomincerebbero a lavorare nelle fabbriche, le aziende a mettere in commercio automobili (come se il mondo non ne avesse abbastanza), capi d’abbigliamento, cosmetici, apparecchi elettronici, gadget – Dio mio, i gadget! – e una valanga di prodotti sostanzialmente inutili, e in questo modo questo gran baraccone continuerebbe a stare in piedi ancora per un po’, almeno finché l’inquinamento e lo stipamento dei rifiuti e degli scarti di questo sistema disfunzionale nelle viscere della terra non procurassero all’ambiente danni irreparabili.


Vogliamo parlare delle «Isole di Plastica» del Pacifico? Tutta la nostra immondizia, in particolare la plastica, trascinata e raggruppata dalle correnti marine, a formare isole grandi quanto nazioni! E –quel che è peggio – la plastica sminuzzata miete vittime fra i delfini, gli uccelli e altri animali acquatici che la scambiano per plancton e la mangiano!

Ma per capire che stiamo avvelenando questo pianeta basta respirare l’aria insalubre che spira lungo la tangenziale di Milano, le esalazioni minacciose e nerastre effuse nell'atmosfera dai fumaioli delle raffinerie e delle fabbriche, lo smog emesso dai tubi di scappamento delle automobili, l’odore dolciastro e sintetico che si spande tra i fabbricati delle zone industriali, nelle periferie delle città, vicino agli stabilimenti, agli inceneritori, alle centrali, alle discariche.

Per capire che dobbiamo cambiare rotta, basta guardare le riprese mandate in onda dal Tg - le immagini delle nostre tangenziali e delle nostre circonvallazioni nelle ore di punta, delle nostre autostrade nei «weekend da bollino rosso»: migliaia di veicoli che procedono a passo d’uomo, conducenti e passeggeri che respirano l’aria guasta, le facce stravolte, intrappolati in tante scatole di metallo... questa è la mostruosità che abbiamo creato. Un mondo a misura d’uomo? Macché. Un mondo a misura d’automobile, piuttosto. 
Un mondo a misura di macchina, dove il benessere e la salute dell’essere umano sono sempre più sacrificati agli idoli del denaro, della produttività e del cosiddetto «progresso». In Cina, per esempio, l’inquinamento è completamente fuori controllo. A Shanghai viene quotidianamente esposta una bandiera: se è arancione puoi uscire di casa, se è rossa puoi uscire di casa ma non puoi fare sport e se è nera non puoi fare sport nemmeno in casa a causa dello smog. E badate che a Shanghai la situazione è migliore che a Pechino, dove la gente è obbligata a circolare con la mascherina antismog. Vi meravigliate? State pensando: da noi queste cose non potrebbero succedere? E invece è proprio questa la direzione che abbiamo preso!

Gurdjieff parla delle «anormali condizioni di esistenza» di questa epoca degenerata... Si può forse dargli torto? È normale ricoprire la terra di grigio asfalto? È normale farla soffocare dentro questa corazza per far circolare degli obbrobri a quattro ruote che rendono l’aria irrespirabile? È normale che boschi e foreste vengono rase al suolo per la produzione di carta destinata a materiale pubblicitario che finisce nella spazzatura senza nemmeno esser sfogliato?


 No, niente di tutto ciò è normale. Non è progresso, quello che abbiamo, perché il vero progresso si realizza nel rispetto dell’ambiente e della dignità di tutte le creature: ciò che abbiamo è una follia collettiva.

 Stiamo andando nella direzione sbagliata: c’è bisogno di fermarsi e di fare retromarcia, per poi andare in una direzione totalmente diversa.


 I governi dovrebbero incentivare il più possibile il passaggio a fonti di energia rinnovabile e a basso impatto ambientale. Tanto per cominciare, occorre vietare alle case automobilistiche di produrre automobili che non siano ecologiche e riciclabili al 100%. Sembra una cosa pazzesca, vero? E dire che il prototipo della Hemp Body Car, l’automobile completamente ecologica e biodegradabile, con carrozzeria e meccanica in fibre di canapa e motore alimentato da etanolo di canapa (un combustibile naturale ricavato dall’olio prodotto dai semi della pianta), che una volta dismessa poteva esser semplicemente interrata, è stata prodotta da Henry Ford nel 1941, ma non andando incontro agli interessi delle compagnie petrolifere non è mai stata messa in produzione. Questo è l’assurdo che deve finire – l’assurdo dell’egoismo che non vede più in là del suo naso, anzi: del suo portafoglio.


 Le responsabilità non stanno solo in alto, certo. Siamo tutti responsabili. Perché? Perché chiudiamo un occhio, e con l’altro stiamo a guardare mentre coloro che detengono il potere distruggono questo pianeta. Non alziamo un dito per cambiare le cose, anzi: avalliamo i sistemi che usano con i nostri acquisti, sicché diventiamo i loro complici.

 Se usassimo di più i mezzi pubblici, se acquistassimo solo automobili ecologiche, se boicottassimo le aziende che mettono sul mercato prodotti confezionati in packaging non-riciclabili; se le società che gestiscono l’immondizia facessero il loro dovere e riciclassero rifiuti anziché denaro, se i nostri amministratori si ponessero come obiettivo la salvaguardia dell'ambiente e non quella del loro conto in banca, se le autorità mettessero i cittadini nelle condizioni di fare la raccolta differenziata seriamente, se i capi delle multinazionali e i titolari delle imprese pensassero meno al profitto e più al futuro del pianeta e alla salute delle generazioni a venire; se noi tutti fossimo un po' meno pigri e se vedessimo solo un tantino più in là del nostro naso... allora forse di discariche, inceneritori e automobili ce ne sarebbero meno, e forse nelle nostre città l’aria sarebbe respirabile. Dovremo distruggere il pianeta, prima di imparare dai nostri errori?





 Dunque è il momento di chiedersi: questo sistema economico merita davvero di essere salvato?

 Non si è piuttosto reso necessario un cambio radicale di mentalità e un downshifting a livello globale, una brusca virata verso un sistema economico e commerciale più sostenibile ed equo, l’eliminazione dei bisogni indotti (e fittizi) e la semplificazione della vita, il riconoscimento di ciò che è vitale e di ciò che è nocivo, la creazione di un sistema di riciclaggio e di smaltimento dei rifiuti che funzioni e in generale l’adozione di un atteggiamento più altruistico, razionale, costruttivo, lungimirante e umano in tutti i settori, da sostituirsi a quello irrazionale, individualistico e concorrenziale imperniato su una visione obsoleta ed immatura, su valutazioni a breve termine e su una logica di tornaconto immediato e monetario.  [10]

   Occorre spezzare il febbrile e irresponsabile ciclo produttivo consumistico basato sull’aumento esponenziale della domanda e dell’offerta.
    «Qualsiasi bene che produciamo deve essere progettato per durare il più a lungo possibile. (...) Tecnologie in rapida evoluzione quali l’elettronica, che sono soggette a veloci ritmi di obsolescenza tecnologica, dovranno essere progettate prevedendo un accomodamento fisico degli aggiornamenti. L’ultima cosa che vogliamo fare è buttare via un computer solo perché ha una parte rotta o sorpassata. Dunque dobbiamo progettare le componenti per essere facilmente aggiornate, standardizzate e universalmente intercambiabili...»


 Tutto il contrario di quel che succede adesso che le componenti vengono differenziate di proposito per obbligare il cliente ad acquistarle presso la casa produttrice, preferibilmente il più spesso possibile, e che la strategia predominante delle aziende è quella di indurre il consumatore ad acquistare un nuovo prodotto invece di far riparare quello vecchio.
 Insomma, paradossalmente la crisi è la nostra unica speranza: forse è un bene che questo sistema economico imploda e che rimaniamo tutti in mutande, e che crollino gli imperi finanziari e che milioni di persone restino senza lavoro, perché solo così l’umanità si fermerà a pensare a quello che sta facendo e avrà la possibilità di cambiare mentalità invece di correre forsennatamente incontro alla propria rovina.

          È sbagliato rubare a un sistema che ruba?

   Il guaio è che nessuno, tra coloro che detengono il potere, sembra realmente interessato a cambiare le cose. Finché durerà la crisi economica, finché dureranno le proteste, la minoranza che detiene il potere continuerà a pensare: «Ha da passa’ ‘a nuttata». Cessata la crisi economica, cesseranno le proteste e quella minoranza cercherà di far sì che tutto ricominci tale e quale a prima.


  Proprio ieri ho visto uno dei loro spot, uno di quegli spot in cui ti dicono che «guardare film pirata è come rubare»... ma rubare a un sistema che ruba, è forse sbagliato? Perché è innegabile che questo sistema rubi: esso ruba intelligenza, talento, denaro.

 Già, per quale ragione dovremmo rispettare un sistema così meschino? un sistema che segue la logica del guadagno, dell’utilitarismo, del sensazionalismo?

   Per quale ragione dovremmo rispettare un sistema che non è meritocratico, né si sforza – in alcun modo – di essere equo?

  Per quale ragione dovremmo proteggere un sistema che mente in continuazione? che «premia le peggiori pratiche concepibili»[11]? che trasforma gli artisti in commercianti incentivandoli a inseguire il venduto, il plauso del pubblico, senza tener conto della qualità di ciò che creano?


Dicono che «guardare film pirata è come rubare» è immorale, che è contro le regole... ma è la  loro morale, sono le loro regole, e non è detto che siano giuste.

 Questa dei film pirata è una cazzata, siamo d’accordo. Ma una cazzata indicativa del quadro generale. Non so voi, ma certi giorni io farei la rivoluzione per un pacchetto di sigarette.


 Ecco il sistema che dovremmo proteggere, il sistema per il quale ci chiedono di pagare di tasca nostra... Impianti semaforici fotografici antinfrazione, aree videosorvegliate, divieti, dissuasori di velocità, gli «accertatori delle violazioni al Codice Stradale» con la pettorina del Comune, i cessi pubblici a gettone, i pedaggi autostradali da bancarotta, l’Autovelox e il Tutor, l’aumento vertiginoso del prezzo della benzina, il costo della vita alle stelle, tasse, soprattasse e supertasse, il bollo auto, l’Iva, l’Imu, l’Irap, l’Irpef, la Tasi, la patrimoniale e la tassa di successione[12], le ritenute d’acconto, la tassa sui rifiuti, il canone Rai, la tassa sulla raccolta di funghi, quella sui gradini, sui cani, sugli sposi, sull'occupazione di suolo pubblico, sull’esposizione del tricolore, sull’ombra[13] e persino sui morti [14], roba che a confronto dei nostri ministri e dei nostri amministratori lo Sceriffo di Nottingham del cartone animato di Walt Disney era un dilettante. Si tratta di furto istituzionale. Purtroppo, come ha scritto Gore Vidal:
«Sia l'assassinio sia il furto specializzato, se condotti su larga scala, sono applauditi universalmente, benedetti da tutte le nostre istituzioni.» [15]
     Beh, in quanto a furti su larga scala, il governo italiano ne sa qualcosina. In quanto all’altra specializzazione nazionale, è evidente che oggi in occidente a primeggiare è l’America. Si sa: lo Stato chiama «legge» la propria violenza, «crimine» quella dell'individuo.[16]

    Così ad Agrigento c’è una tassa sui ballatoi e a far lievitare il prezzo finale della benzina è anche un’interminabile serie di accise che nessuno si è mai preso il disturbo di togliere[17], come quella del 1935 per finanziare la guerra di Abissinia o quelle per riparare i danni prodotti dalla catastrofe del Vajont, dall'alluvione di Firenze e dai terremoti in Friuli e in Irpinia, o persino quelle per pagare il rinnovo degli autobus pubblici e le missioni in Libano e Bosnia. Com’è possibile che, oltre un euro del prezzo di ogni litro di benzina sia di tasse?

      Abbiamo messo in piedi un sistema che ci tortura


   Ormai, per vivere decentemente in Italia, dovremmo essere milionari. Anche se fossimo milionari, però, non potremmo mai stare tranquilli. Saremmo intrappolati nella macchina dell’economia, dovremmo fare investimenti e, con i soldi che abbiamo, fare altri soldi, altrimenti, un po’ alla volta, lo Stato ci porterebbe via tutto quello che abbiamo. 

    Naturalmente, a venir munti come delle vacche sono soprattutto quei poveracci che si fanno il mazzo da mattina a sera per pagare il mutuo e sfamare moglie e figli.


     Italiani, popolo di poeti, di artisti e di eroi, di santi e di pensatori, di scienziati e di navigatori, di filibustieri e di evasori fiscali. Ma si può davvero fargliene una colpa? Che rispetto si può avere di uno Stato che fra tasse, contributi e altri espedienti sempre più originali, ruba oltre il 70% dei guadagni dei lavoratori, i quali, oltre a condurre vite da schiavi, rimangono pure in mutande? Non dico di fare come a Dubai, dove le tasse non esistono affatto, ma come l’America sì, giacché negli USA non possono superare il 30% o giù di lì. In Italia, invece, siamo al paradosso. In Italia conviene essere dei nullatenenti, dei disoccupati o dei cassaintegrati, giacché in questo modo almeno non buttiamo via troppo tempo a lavorare.


     Non è un male solo italiano. La Francia non è messa molto meglio, a quanto pare. E poi ce l’hanno con Depardieu che ha mandato tutti a quel paese e se n’è andato da Putin[18]. Che coraggio. Faceva bene quel tale[19] a cantare: «Voglio andare a vivere in campagna.» Altro che campagna. Se uno vuole esser lasciato in pace, ormai deve andare in capo al mondo – in mezzo al deserto, tipo, e non è detto che anche lì uno zelante funzionario del Comune di Ain Salah[20] non venga a chiedergli la tassa sulla tenda o che non gli affibbi una multa per «occupazione abusiva di sabbia pubblica». Per quanto mi riguarda, canterò più volentieri: «Society, you're a crazy breed / I hope you're not lonely without me...»[21]

     Paradossalmente, in Italia i più sereni sono i nullatenenti: non hanno dove dormire, ma almeno vengono lasciati in pace. Proprio così: le persone «senza fissa dimora» sono quelle che sorridono di più.
     Incazzati neri, gli altri. Stremati, i «cittadini». Perché se possiedi una casa devi pagare la fornitura di gas, la rete idrica, l’elettricità, lo smaltimento dei rifiuti, l’abbonamento del telefono fisso, la connessione a Internet, il canone Rai, tutti che vogliono incularti, tutti che vogliono spillarti dei soldi e la crisi che tira fuori il peggio da ciascuno, gli enti pubblici e privati scatenati, indemoniati, a intasarti la cassetta della posta di bollette esose e indecifrabili, di tabulati, circolari, certificazioni, riepiloghi, conguagli, sanzioni, pubblicità... carta sprecata, a tonnellate, col solo scopo di confonderti le idee, e poi una sfilza di tasse che non finisce più, e non dimentichiamo il commercialista, se non ti fai la dichiarazione dei redditi da solo, e naturalmente con quel poco di tempo e di denaro che ti rimane devi comprarti qualcosa da mettere sotto i denti e qualcos’altro da metterti addosso, ché non puoi mica andare in giro nudo, no? E vogliamo parlare dell’incubo della burocrazia, di tutti i moduli che ci forzano a compilare, di tutte le file che ci obbligano a fare, di tutto il tempo che ci costringono a sprecare? Siamo nel dominio dell’assurdo, oramai. Ma come si fa a vivere così? Per quanto tempo ancora tollereremo un sistema che sembra studiato apposta per tartassarci, per ridurci sul lastrico e per farci ammattire?

     In Francia hanno fatto la rivoluzione per molto meno. Ma aveva ragione Gandhi: non si può reagire alla violenza con la violenza. Però si può – si deve – reagire con una non-violenta non-collaborazione.
    Per esempio, se tutti gli italiani si rifiutassero di pagare il canone Rai e tutte quelle tasse che palesemente costituiscono degli abusi, allora il governo non avrebbe altra scelta che modificare le leggi ed abrogare quelle tasse, a meno che non intendesse mettere in prigione l’intero popolo italiano. 

 Ma come dice Andrea Cotti[22]: «Basta affacciarsi cinque minuti su una qualunque spiaggia italiana per capire perché in questo Paese non si fa nessuna rivoluzione: siamo grassi, stamo a magna', nun c’avemo voja
  E così, stressati da un ritmo di vita troppo frenetico, esasperati dalla burocrazia, spremuti fino all’ultimo centesimo dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, ormai senza più il becco di un quattrino, con l’iPhone nuovo di pacca e il frigo vuoto, coi nervi a fior di pelle e la macchina in riserva, gli italiani si accalcano inutilmente nei «centri per l’impiego», vanno a fare la spesa al discount e comprano i vestiti sulle bancarelle oppure all’outlet. C’è la crisi, e ciò nonostante Comuni, Regioni e governo continuano a escogitare dei sistemi sempre più originali per scucire quattrini alla gente, il che aumenta esponenzialmente il disagio, lo stress e la sacrosanta incazzatura del cittadino medio contro gli amministratori della città e i rappresentanti dello Stato.


     La verità è che abbiamo messo in piedi un sistema che ci tortura, e continuiamo ad alimentarlo con la nostra inerzia. Questo in parte è dovuto al lavaggio del cervello che ci fanno per mezzo della televisione, del sistema scolastico, dell’intera concezione materialistica della realtà. Passiamo la vita a sgobbare per procurarci quei supposti «vantaggi» che in realtà non fanno che complicarci la vita, che renderla più assurda e insignificante; a sborsare denaro per prodotti e servizi che ci alienano; a bramare sostanze che compromettono la nostra salute e quella delle persone che ci circondano, impegnati in attività che ci rendono peggiori di quello che siamo. Vite trascorse a sfogliare cataloghi, a sbustare bollette, a sottoscrivere abbonamenti.


   Ti mettono sotto il naso l’ultimo modello di iPhone, la nuova Maserati o la tettona della pubblicità e ti dicono «Vuoi avere queste cose? Allora devi fare così.» Ma è una trappola. Se uno sta al gioco, se uno comincia a giocare secondo le loro regole, è fritto.
    Costui si avvale dei servizi, delle risorse che il sistema gli mette a disposizione, e immediatamente si ritrova a dover fare continuamente delle cose, cose che non vorrebbe fare ma che è obbligato a fare, a meno che non voglia finire in prigione, e quando mette su un piatto della bilancia i vantaggi che ha tratto dai servizi di cui ha usufruito e sull’altro piatto le seccature che si è dovuto sobbarcare e quelle che dovrà continuare a sobbarcarsi per tutta la vita per il semplice fatto di usufruire di quei servizi qualche volta, per il semplice fatto di essere entrato in quel meccanismo, o di esserci nato (perché una volta che si è dentro non se ne esce tanto facilmente), allora si rende conto che il secondo piatto pesa molto di più del primo; si rende conto che lo hanno incastrato e che quel sistema – il parossismo di burocrazia,  la sua ipocrisia, la sua prepotenza – lo sta lentamente uccidendo.


  Smantellare l’intero sistema sarebbe da pazzi, perché la maggior parte di noi non è in grado di vivere senza di esso, senza la sua tutela (apparente ma rassicurante) e senza servizi primari come la sanità, i trasporti e persino la polizia, così bistrattata. Il problema è che ora il sistema vive per se stesso e non più per il cittadino. Anzi, ora è il cittadino che vive per il sistema. Cambiare radicalmente quel sistema, ecco cosa c’è da fare. Alleggerirlo, semplificarlo, eliminare i fattori che lo rendono così opprimente.

     E così si torna alla domanda di poco fa: È giusto salvare questo tipo di economia? È giusto ripristinare questo tipo di sistema?

     I segni di un possibile rinnovamento non mancano. Negli ultimi vent’anni l’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante – Internet, la posta elettronica, le testate online e la diffusione rapidissima delle informazioni – e grazie ai progressi di queste scienze le bugie hanno le gambe sempre più corte e mentire è sempre più rischioso. Già oggi i politici non possono più mentire sfacciatamente come facevano vent’anni fa: se lo fanno, vengono sbugiardati in tempo reale o quasi. I potenti non possono più contraffare la verità come facevano trent’anni fa: se ci provano, vengono subito messi alla berlina.

 In quella che è la loro principale area d’azione – il web – Anonymous, Wikileaks e gli indignados di tutto il mondo esigono libertà incondizionata, trasparenza incondizionata, vogliono creare un mondo dove tutte le informazioni siano disponibili e accessibili, dove non sia possibile nascondere niente, e sembra proprio che le cose vadano proprio in quella direzione.

     Sta gradualmente prendendo corpo un sistema in cui non sarà più possibile mentire, e questo a chi detiene il potere non piace. Non piace ai politici, che continuano a nascondere la sporciza sotto il tappeto come d’abitudine. Non piace ai «poteri forti», che sentono diminuire il loro ascendente sulle masse. Non piace a coloro che tirano le fila dell’informazione e dell’arte – stampa, televisione, cinema, teatro, letteratura, eccetera. Non piace a tutti costoro, i quali, passata la crisi economica, vorrebbero che tutto ricominciasse tale e quale a prima.

     Molti di noi hanno paura di fare il passo più lungo della gamba e si chiedono se è davvero necessario un cambiamento così radicale, se non è meglio lasciare tutto com’è.

     È comprensibile. Per anni ci hanno fatto il lavaggio del cervello con i loro spot pubblicitari, i loro show televisivi, i loro giochi a premi, i loro film di guerra, con 999 canali di merda, di bugie, di cretinate, di veleno per la mente. Per anni ci hanno fatto il lavaggio del cervello con i loro anniversari, le loro parate militari, le loro campagne elettorali, le loro celebrazioni «dell’unità nazionale», «del tricolore», «della Repubblica» e così via; con i loro «sani princìpi» (sempre a parole e mai con i fatti); con la loro idea di benessere, di famiglia, di gloria, di grandezza, di sacrificio, di eroismo, di successo, di correttezza, di rispetto, di disonore e di gratificazione; con i loro attestati, le loro lauree, con tutta quella carta straccia; con i loro riconoscimenti, le loro premiazioni e i loro marchi d’infamia; con le loro medaglie d’oro, le loro decorazioni e le loro insegne; con i loro incentivi, i loro titoli e le loro qualifiche.
 Che dire dei titoli di cui gli yuppie di oggi si fregiano, dei «Dott.», degli «Ing.» o degli «Avv.», o delle qualifiche del ramo commerciale, che sempre più spesso scriviamo nell’esperanto dei giorni nostri, l’inglese: «Director», «Executive», «Assistant» e così via? Nient’altro che gradazioni di schiavitù, termini con cui ciascuno definisce il proprio contributo passivo alla rovina dell’umanità, alla distruzione sistematica di quel poco che rimane dei suoi valori. Mai e poi mai vorrei diventare un «Dott.», un «Ing.» o un «Avv.», tantomeno un «Director», un «Executive» o un «Assistant». Mai e poi mai vorrei essere loro complice.

 Non è tutta colpa nostra, ripeto. Ci programmano fin da bambini, ci infarciscono di idee sbagliate circa la storia, la cultura, l’educazione, il sesso, il lavoro, il successo, l’arte, la salute, l’alimentazione, la giustizia, la politica, la guerra, la patria, la razza, la religione, la morte, il genio. E volete sapere una cosa? Non sanno di che cosa parlano. Non sanno niente, e così mentono di continuo. Non hanno capito niente... e pretendono di insegnare!

    Eppure ci sono riusciti!
 Hanno inculcato in noi le loro grette concezioni materialistiche, ci hanno predisposto all’errore omologandoci secondo uno standard tragicamente basso, ottuso in modo quasi irrimediabile, riempiendoci la testa di sonore idiozie circa il modo in cui dovremmo vivere, circa il cibo che dovremmo mangiare, circa il modo in cui dovremmo spassarcela, circa il modo in cui dovrebbe funzionare l’economia, circa quello che è giusto e quello che non lo è, circa quello che è importante e quello che non lo è, circa quello che è reale e quello che non lo è.


 È questa la loro idea di educazione... Ma è proprio come nel film dei Pink Floyd[23], con i ragazzi in fila indiana sul nastro trasportatore, buttati nel tritacarne uno dopo l’altro, con l’aggiunta, mi sembra, di una bella lobotomia preventiva.

 Del resto, il fatto che la vita porti con sé tutte queste malattie, afflizioni e complicazioni è senz’altro imputabile alla qualità dei tempi che stiamo vivendo (il famoso Kali Yuga), all’ignoranza delle leggi superiori che li caratterizza e al contesto culturale in cui siamo tutti inseriti, contesto che predispone l’individuo all’errore (e dunque alla sofferenza) con le logiche distorte che derivano dallo sfasamento di tutti i valori, da un ottuso materialismo, dalla caparbietà con cui si ignorano deliberatamente le leggi di causa ed effetto (karma), con cui si impongono idee di alimentazione, di successo e di benessere che si riferiscono solamente all’ego, e cioè alla parte più prosaica dell’essere umano.

 Settant’anni fa ci mandavano al macello, e noi ci andavamo senza fiatare. Oggi pretendono che paghiamo di tasca nostra per i loro errori, che ci sveniamo per salvare con il sudore della nostra fronte che cosa? per salvare che cosa? Il sistema, naturalmente. O meglio: il loro sistema. Ma vale davvero la pena di salvarlo?

 Guardatevi intorno. Che cosa vedete? Uomini e donne che sprecano la propria vita facendo cose assurde, senza senso. Generazioni che passano le proprie giornate a fissare dei monitor, a sfogliare tabulati, bollettini, moduli, calcoli, rapporti, cataloghi, prospetti e codici; a contare il proprio o l’altrui denaro, a comporre numeri di telefono ripetendo macchinalmente slogan e frasi mandate a memoria.
     «Buongiorno, sono Dino della Technomarket... Vorrei parlarle delle nostre nuove offerte speciali...»
   Passi per chi ha messo in piedi una famiglia e deve fare uno di questi lavori senza senso per mandare avanti la baracca – unico caso in cui è (quasi) giustificata l’attività insensata (nel contesto di una società insensata e di un pensare insensato). Ma gli altri? Che cosa fanno gli altri?


Certo, avranno i loro obiettivi e saranno i soliti: ricchezza, successo, affermazione personale, sessuale...
Si capisce.
Ci fanno il lavaggio del cervello per mezzo dei media e della loro cosiddetta «educazione», ci inducono dapprima a desiderare cose inutili (cose che non fanno altro che rendere la nostra vita più artificiale, frenetica e complicata) e poi a svolgere lavori insensati, umilianti, stupidi e  disumanizzanti per acquistare quelle cose.





 Tutto per «far andare il mercato».
 E noi stiamo al gioco. Siamo davvero come criceti che corrono nella ruota...
 È la ruota dell’economia, della continua soddisfazione di bisogni indotti e fittizi. E siamo tutti degli schiavi.
 Lo sono gli operai sottopagati che assemblano i prodotti nelle «sedi di produzione decentrate», e lo siamo noi che li acquistiamo.
     Siamo tutti schiavi, schiavi in un mercato globale.

     «Buongiorno, sono Dino della Technomarket...»
    
         Dino - ma perché non li mandi tutti affanculo?



Pier Francesco Grasselli, La Ricerca di Se stessi, estratti dal 3° volume.

Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi» è la nuova trilogia dell’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore» e della trilogia «maledetta» formata da «L'ultimo Cuba Libre», «All'Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire», tutti editi da Mursia.


Note:

[1] L’articolo in oggetto è stato pubblicato sul sito web di Rainews24 nel giugno del 2013 (per la precisione, il giorno 1.6.2013).
[2] I suicidi risalgono a metà del 2010.
[3] La denuncia è contenuta in un report del 2012.
[4] Manuale per un consumo responsabile, 3 “Un acquisto, un voto”, Nuova Edizione, Feltrinelli, pag. 67, 68.
[5] Cfr. Daniel Rigney, Sempre più Ricchi, Sempre più Poveri – Effetto San Matteo: perché Il vantaggio genera altro vantaggio, Etas, Introduzione.
[6] Lo studio è del 2012.
[7] Fonte: Rainews24.it (18-05-2013).
[8] Francesco Gesualdi, Manuale per un consumo responsabile, 4 “La forza del commercio alternativo”, Nuova Edizione, Feltrinelli, pag. 100, 101.
[9] Francesco Gesualdi, Manuale per un consumo responsabile, 1, “Il caso Nike”, Nuova Edizione, Feltrinelli, pag. 25.
[10] Moving Zeitgeist forward, film documentario di Peter Joseph.
[11]Jonathan Safran Foer, Se niente importa perché mangiamo gli animali?, Guanda, pag. 195.
[12] Il punto è: se mio padre ha pagato le tasse quando ha acquistato un immobile, si può sapere perché le devo pagare anch’io quando eredito quell’immobile?
[13] Se con la sporgenza della tenda di un locale, il proprietario invade il suolo pubblico deve pagare l’imposta per occupazione di suolo pubblico.
[14] Se qualcuno muore, in Italia va pagata una tassa per il rilascio del certificato di decesso.
[15] Il giudizio di Paride, Cap. quarto, Fazi Editore, pag. 108.
[16] Celebre frase di Max Stirner.
[17] «Il rialzo delle accise sul carburante è sempre stato uno dei sistemi privilegiati per ottenere fondi in caso di calamità e situazioni straordinarie.» (Il Giornale.it, Andrea Cortellari, 30.5.2012)
[18] Gerard Depardieu è diventato cittadino russo all’inizio del 2013.
[19] Toto Cutugno.
[20] Città-oasi dell’Algeria centrale situata nel cuore del deserto del Sahara.
[21] Eddie Vedder, Society.
[22] Scrittore italiano.
[23] Pink Floyd - The Wall regia di Alan Parker, 1982.