mercoledì 26 dicembre 2018

Racconto di Natale



Breve storia della contessa Matilde di Fossalta





1

   Al crepuscolo della terza domenica di dicembre dell’anno milleottocentoquarantotto, poco dopo l’elezione di Napoleone III, nel Ducato di Reggio le campane del duomo suonavano a lutto, anziché a festa. L’intera città piangeva la morte prematura della contessa Matilde di Fossalta, di appena diciott’anni, fatalità avvenuta, per disgrazia, il giorno delle sue nozze col marchese Farinelli della Croce di Sant’Anna, di anni settantadue, affranto sposo novello e inconsolabile vedovo di quarte nozze. Di mogli, infatti, quel galantuomo ne aveva seppellite tre, prima di Matilde, ma quelle, perlomeno, dopo essersele godute un po’.
  In considerazione del rango della contessa, la camera ardente venne allestita, con gran pompa, nella cattedrale sotto le cui alte navate erano stato celebrato, solo poche ore prima, lo sposalizio. La fanciulla, che era giovane e bella, fu posta nel feretro in abito nuziale, i lunghi capelli biondi splendidamente acconciati in vista del banchetto nuziale che si era trasformato, ahimè, in una veglia funebre. Il viso disteso placidamente, le lunghe, seducenti ciglia abbassate sulle palpebre pennellate di turchese, le gote ancora accese dalla gioventù, l’incarnato fresco e sano… tutto ciò pareva smentire il fatto che la contessa avesse rimesso l’anima a Dio e la faceva sembrare, piuttosto, addormentata.
   Il corpo esanime della fanciulla era stato rinvenuto da una delle dame di compagnia riverso sul pavimento di marmo del camerino allestito per l’occasione in una delle stanze della sacrestia attigua al presbiterio, dove la contessa si era ritirata per qualche minuto, bisognosa d’un po’ di ristoro dopo i convenevoli e le formalità che l’etichetta e le solennità dell’occasione avevano richiesto in gran copia.

  Accadde tuttavia che nel bel mezzo di quell’infausta notte, pressappoco alle tre del mattino, la contessa Matilde spalancasse gli occhi di colpo e traesse un gran respiro.
  A quanto pare, si trattava di un caso di morte apparente, altrimenti detta catalessi, imprevedibile in quanto non aveva mai colpito nessuno in tutta la sua stirpe e pressoché sconosciuto ai medici del tempo, e soprattutto a quello della casata, un luminare pieno di sussiego che ne era stato tratto in inganno al punto che, se fosse durato un pochino di più, la contessina sarebbe stata sepolta viva.
   Possiamo immaginare lo sgomento che assalì la fanciulla allorché si trasse a sedere e si vide circondata da una profusione di candele bianche, le cui fiammelle tremolanti creavano un’atmosfera un tantino macabra, nella cattedrale dove si era maritata quella mattina, e per di più dentro una bara, se pure dello stile più raffinato e del legno più pregiato – viste le circostanze, non s’era badato a spese nella scelta del feretro, e ciò ci dà un’idea dello sconforto della famiglia e soprattutto del conte suo padre, che di norma aveva il braccino piuttosto corto.
    Matilde non poté trattenere un grido di sconcerto, e sgranò gli occhi con incredulità. Scavalcò la sponda della cassa, che era nera e smaltata, e balzò fuori dall’odioso letto di presunta morte. Rabbrividì quando posò i piedi scalzi sul gelido pavimento di marmo della cattedrale, inciampando nei numerosi bouquet di fiori d’arancio, di lilium e di rose con cui era contornato il feretro. Una maestosa corona di fiori rosa attirò la sua attenzione più di tutti gli altri ossequi; recava una fascia con l’iscrizione, in eleganti caratteri dorati: “Addolorato per la prematura scomparsa della figlia...” e Matilde ebbe un tuffo al cuore allorché lesse il proprio nome ricamato sulla stoffa.
   Seppur confusa e in preda all’angoscia, capì al volo che si trattava d’un equivoco, e decise di chiarirlo senza indugio. Avanzò sotto le navate silenziose del duomo fino al portone principale, sollevando un poco l’orlo dell’abito da sposa, per non sciuparlo. Malauguratamente il portone, come le due porte più piccole che affacciavano sul sagrato, era chiuso con pesanti catenacci che la fanciulla, debole e spossata dallo choc di un simile risveglio, non riuscì a smuovere d’un millimetro, e lo stesso valeva per la porticina laterale, quella che dava sotto l’arco di Broletto. Quelle auguste soglie erano state sigillate per ordine del conte di Fossalta suo padre e del duca in persona, che conoscevano i loro polli (cioè i loro sudditi) e li sapevano di bocca buona, affinché nessun malintenzionato, sapendo la bella contessa inerme e supina nel feretro scoperchiato, e supponendola ancora caldina, benché defunta, o perlomeno a temperatura ambiente, potesse godere della sua avvenenza violando la salma.
   La contessina non si perse d’animo. Giunta presso l’altare, fattasi il segno della croce e piegate le ginocchia in una breve riverenza, s’impadronì di uno dei robusti candelabri d’argento che torreggiavano dirimpetto all’abside. Brandendo il candelabro, ritornò alla porticina laterale e cominciò a menar colpi d’una violenza inaudita contro i catenacci, finché riuscì a spingerli fuori dalle guide.
    Il conte aveva incaricato otto dei suoi soldati di montar la guardia alla cattedrale, due presso ciascuna porta, fino al funerale che avrebbe dovuto celebrarsi di lì a qualche giorno. All’udire quel trambusto, gli uomini che vegliavano sotto l’arco del Broletto, intenti a conversare amabilmente con le prostitute della vicina torre del bordello, rizzarono le alabarde. Ritenendo che qualche furfante, introdottosi nella cattedrale, fosse sul punto di sgattaiolare fuori dopo aver commesso il vergognoso misfatto temuto dal conte, si prepararono a trafiggere il manigoldo.

     La faccia che fecero, quelle povere guardie, quando la porta si spalancò e dinanzi ai loro occhi sbarrati apparve il viso cereo della contessina tragicamente deceduta quel giorno, intorno a mezzodì, subito dopo le nozze col marchese!
   Sbiancando, quei valorosi mollarono le alabarde, lanciarono per aria gli elmi e se la diedero a gambe. E così pure le prostitute, che corsero a rifugiarsi nella torre del bordello e ne sprangarono ogni accesso, al punto che molti dei clienti abituali, quella notte, rimasero a bocca asciutta e, seppur di malavoglia, dovettero ripiegare sulle proprie legittime consorti.
   Sebbene duramente provata dalle circostanze, Matilde conservava la presenza di spirito che la contraddistingueva fin dalla più tenera età, sicché non le sfuggì il lato ironico di quel frangente e alla vista dello scompiglio che aveva provocato piegò la bocca in un sorriso sarcastico, dopodiché, rammaricandosi un poco del fatto che si sarebbe gualcito, trascinò lo strascico sotto i portici fino alla piazza d’Armi, spaventando a morte le altre guardie, che vedendola attraversare trasversalmente l’acciottolato, a piedi nudi e con indosso l’abito nuziale, credettero fosse un fantasma e ammutolirono, paralizzati dal terrore, senza osare seguir l’apparizione.

   La neve cadeva in piccoli fiocchi graziosi e Matilde, infreddolita, si dirigeva verso casa. Ella avanzava spettrale lungo corso Garibaldi, che allora si chiamava in un altro modo. I tre o quattro avvinazzati tiratardi che l’incrociarono uscendo dall’osteria pensarono d’aver avuto un’allucinazione. Qualcuno, addirittura, decise di smettere di bere.
  La giovane giunge così davanti all’imponente portone della sontuosa residenza dell’insigne famiglia di Fossalta: solleva il battente in ferro battuto e lo riabbassa per tre volte con la poca forza di cui ancora dispone, troppo debole per gridare o invocare aiuto a voce. Poco dopo la luce d’una torcia rischiara una delle finestre al piano terra e s’ode un armeggiar di catenacci di là del portone. Una delle massicce ante si discosta d’un palmo mentre il viso familiare del più fedele dei suoi servitori fa capolino nella fessura.
   Un grido soffocato, l’espressione sgomenta del servo… e il portone si richiude con un tonfo sordo. Che è successo? Intirizzita dal freddo e pallidissima, la fanciulla è stata scambiata di nuovo per uno spettro!
   A nulla, fuorché a spaventare ancor più la servitù, giovò il suo battere a più riprese col piccolo, esile pugno contro il legno. Quanto al conte e alla contessa sua consorte, distrutti dal dolore, per poter chiudere occhio si erano imbottiti di tranquillanti, cosicché nemmeno il boato di venti cannoni avrebbe potuto destarli dal loro malinconico sonno.
  L’inattesa comparsa della fanciulla sortì il medesimo spaventevole effetto sia a casa di certi suoi parenti, che abitavano non lontano, sia presso la dimora dello sposo, che dormiva della grossa, dato che di mogli ne aveva già seppellite tre, cosicché seppellirne una quarta non faceva molta differenza, e il cui sonno non fu punto turbato dalle strida dei servi che si trovarono faccia a faccia col supposto fantasma. Tremante, abbattuta, malridotta e sempre più simile a una vera morta che cammina, Matilde prese allora a vagare per le strade della sua città, sotto la neve che ingrossava, bussando ad ogni porta e ricevendo sempre, ovunque, lo stesso trattamento.

   V’era, in quella città, una medium. Avendo traffici con gli spiriti – pensò la contessa – una medium non farà tante scenate e ascolterà quel che ho da dire, perlomeno; sicché si diresse risoluta verso l’abitazione della donna. Trovò la casa, bussò alla porta facendo del suo meglio per dimostrare, con quel gesto, che nelle sue braccia c’era ancora la carne e nelle sue vene pulsava ancora il sangue. La medium, che era povera in canna e non aveva servitori, venne ad aprire di persona. Come vide la contessina, del cui infelice matrimonio era al corrente, divenne bianca come un lenzuolo e gettò un grido; richiuse subito la porta e crollando in ginocchio sulla soglia, la fronte poggiata contro l’assito, balbettò una preghiera a San Gennaro, patrono della sua città d’origine, chiedendo perdono per tutti gli imbrogli di cui s’era macchiata. Gli spiriti con cui cicalava notte e dì, difatti, erano artifici da fiera e trucchi da quattro soldi, e quel che dicevano era il frutto dell’immaginazione sua e degli allocchi che gabbava.
   Siccome la casa del fornaio era a due passi, fu lì che la contessina si recò, come ultima spiaggia, abbassandosi, quando la porta si aprì, a rivolgere una supplica alla moglie dell’uomo, afferrandole la mano callosa per il lavoro duro e incessante e inginocchiandosi dinanzi alla popolana. Quella trovò la mano che la ghermiva (che era effettivamente gelida per tutto il tempo trascorso all’aperto) un tantino troppo fredda per appartenere a una persona viva, e temendo che il fantasma della contessina intendesse trascinarla con sé nella tomba, ritrasse d’impeto le grinfie e chiuse la porta serrandola con tutte le mandate.


     Coi piedi martoriati e oramai quasi congelati e le gambe che tremavano per il freddo e la stanchezza, Matilde arrancò fino alla grande fontana di piazza d’Armi, non vedendo altra soluzione che affogarsi e assecondare tutti quelli che la credevano morta morendo davvero.
   Vi trovò un bimbo che piangeva sconsolato. Un orfanello, a giudicare dalla povertà dei suoi indumenti, dalla mantella e dalla berretta che portava calcata sulla testolina bionda. Come gli si accostò, il piccino levò gli occhi su di lei e, senza mostrare alcun timore, con un tono molto educato malgrado il nodo alla gola che non gli consentiva di parlare con chiarezza, le disse: “Buonasera, signora.”

  Matilde, che era di buon cuore, dimenticò all’istante l’intenzione che l’aveva condotta presso la fontana e si diede a consolare il piccino, che le confessò d’essersi allontanato, in un momento di distrazione degli accompagnatori, dal folto gruppo degli orfanelli che proprio quel giorno avevano preso parte al corteo funebre di un gran signore del Ducato; ammise d’aver gironzolato tutto il pomeriggio per la città e d’essersi infine smarrito, di non aver toccato cibo da quella mattina e di non saper come fare per tornare all’orfanotrofio. Commossa, Matilde, che pur faticava a reggersi in piedi e disperava per sé stessa, gli assicurò che tutto si sarebbe sistemato, dopodiché gli spolverò la mantella e i calzoncini e lo esortò a seguirla.
   Percorrendo insieme al bimbo le strade vuote e silenti, lo condusse all’orfanotrofio. Qui la fanciulla, forse perché era in compagnia del piccino, che garantiva della sua esistenza, riuscì perlomeno a farsi prendere per viva. Viste le misere condizioni in cui versava, ebbe però il suo bel daffare a spiegare agli istitutori come stavano le cose. Quelli erano alquanto scettici sulle sue pretese ascendenze nobiliari e, temendola una mitomane, si riservarono d’appurare i fatti il mattino seguente. Nel frattempo le fu concesso il beneficio del dubbio, insieme a un piatto di minestra vicino al camino, il cui fuoco era stato attizzato dal custode, un omaccione rustico che aveva un diavolo per capello perché l’avevano tirato giù dal letto nel bel mezzo della notte. Considerata l’ora tarda, a Matilde fu assegnato un giaciglio. Siccome non c’erano stanze libere, però, dovette sistemarsi nel dormitorio delle bambine, in un letto di ferro molto scomodo e decisamente troppo corto per lei, in cui tuttavia sprofondò nel sonno all’istante.


2


   Il giorno dopo, alla luce del sole, Matilde non rischiò più di passare per fantasma. A dire il vero, il Ducato era in agitazione. Girava voce che il corpo della contessina fosse stato trafugato dai briganti ed erano state raccolte dagli incaricati testimonianze giurate di guardie che assicuravano d’averne scorto il fantasma vagare irrequieto per le strade della città, a cui s’aggiungevano le dichiarazioni – stranamente coerenti – degli ubriaconi e dei frequentatori del bordello, nonché quelle delle stesse prostitute, che per lo spavento quella notte avevano scioperato.
 Ristorata dalle ore di sonno trascorse all’orfanotrofio, Matilde si presentò alla casa paterna intorno a metà mattina, chiamando imperiosamente la servitù che l’aveva scacciata in malo modo solo poche ore prima. Udita la voce della figlia dabbasso, il conte si precipitò giù per le scale e trovandosela davanti, abbigliata coi semplici abiti che le avevano prestato all’orfanotrofio e che erano destinati alle istitutrici, non credette ai propri occhi. “Matilde cara!” esclamò. “Sei proprio tu?” Per tutta risposta, la fanciulla si gettò fra le sue braccia. Lacrime di gioia fluirono copiose sul viso di entrambi e fu davvero un bel quadretto. Il servo che aveva sbattuto la porta sul grugno alla contessina, in compenso, fu fatto fustigare.

  Venuto a conoscenza dei fatti, il marchese si rallegrò non poco e raggiunse immantinente la gentil consorte rediviva. Come ebbe dinanzi il novello sposo, la fanciulla, che non s’era sposata volentieri, si rammaricò, quasi, di non esser morta per davvero. Quella brutta avventura aveva fatto comprendere a Matilde, cresciuta nella bambagia, il valore inestimabile della vita, e tutt’a un tratto non era più disposta a sprecare la sua col vegliardo blasonato in un matrimonio combinato. Dobbiamo aggiungere che un giovane della sua età, tal Gianfrancesco, aitante figlio d’un ricco mercante del Ducato, avea da qualche tempo carpito il suo cuore di fanciulla, sebbene le reticenze dovute allo “status” sociale del ragazzo (inadatto, per nascita, ad ammogliarsi con una nobildonna), le insistenze del conte e la straordinaria ricchezza del marchese avessero infine avuto la meglio sui sentimenti, inducendola ad acconsentire alle nozze. Come si doleva, adesso, di quella decisione! Quanto la riteneva avventata e sciocca, ora che era stata sul punto di perderla, quella vita che con imperdonabile leggerezza aveva accondisceso a donare all’attempato patrizio!
   Malgrado la repulsione che la contessina provava per il marchese, il matrimonio fu consumato, perché l’aristocratico fece valere i suoi diritti di marito obbligando Matilde ad adempiere al proprio dovere coniugale. In altre parole, si godette ben bene la mogliettina nuova di zecca… con un’unica limitazione, che ogni cosa dovesse sempre esser fatta a luci spente e con tutte le finestre della camera da letto oscurate da pesanti tendaggi, così che la giovane non fosse costretta a guardare il marchese e potesse immaginare di giacere fra le braccia del suo Gianfrancesco. Era, questa, una di quelle ipocrisie di cui solo le donne sono capaci.

   Accadde però alla contessina, non molto tempo dopo il rinnovo del suo impegno coniugale, di morir per davvero. Volendo descrivere la vicenda nei particolari, diremo che la fanciulla perì d’un colpo apoplettico la notte in cui, per la negligenza d’una cameriera, una candela rimase accesa presso il talamo nuziale e la contessina ebbe la sventura di veder nudo il marchese.
   Fu la notte tra il giorno di Natale e quello di Santo Stefano. Abbiamo detto che la fanciulla morì, ma avremmo dovuto dire che sembrò morire. Infatti, visto e considerato ciò che era accaduto il giorno del matrimonio, furono pochi quelli che credettero che Matilde fosse morta sul serio. La maggior parte dei sudditi del duca ritenne che la contessina fosse sprofondata di nuovo in quella sua  catalessi.
    In particolare, né il consorte, né i genitori presero sul serio quella sua ennesima morte, e supponendo che anche quello fosse un caso di morte apparente, disturbo da cui ormai sapevano che la fanciulla era affetta, senza nemmeno consultare il medico, la misero semplicemente a letto, ben coperta, aspettando che si destasse.

    Solo quando il corpo prese a emanare un aroma un filino troppo acre, venne loro qualche dubbio, e li sfiorò il pensiero che stavolta Matilde potesse esser deceduta per davvero. Allorché il suo viso delizioso, che il marchese ancor smaniava di vedere in piena luce durante l’atto d’amore, assunse la rigidità della morte, i genitori, affranti, si risolsero a consultare il medico. Costui, che per l’errore di giudizio commesso l’ultima volta era stato fustigato a dovere, nel ratificare il decesso dei notabili adesso ci pensava due volte. Asserì pertanto che c’era la possibilità che la contessina fosse deceduta per davvero, ma che l’odoraccio avrebbe anche potuto esser causato dalle esalazioni gastrointestinali graveolenti che l’organismo umano emetteva abitualmente durante i periodi di sonno prolungato. In altre parole, il buon dottore non sapeva che pesci pigliare.
   Dopo qualche giorno si provvide a trasferire la contessina al cimitero. Rimaneva ai genitori, tuttavia, un barlume di speranza, un granellino di fede, ragion per cui, d’accordo con lo sposo, fecero costruire dal più abile carpentiere del Ducato una bara speciale che si potesse aprire dall’interno, dotata d’una maniglia che Matilde avrebbe potuto girare senza sforzo, qualora si fosse svegliata, dall’interno della cassa fornita, all’uopo, di prese d’aria, e fabbricata di dimensioni più grandi del normale affinché alla fanciulla rimanesse spazio sufficiente per muoversi. Inoltre, era stato disposto che la bara non fosse interrata, tantomeno murata nel loculo apposito, ma che fosse semplicemente poggiata sul pavimento della cappella dei conti di Fossalta, i cui cancelli, sorvegliati, sarebbero rimasti aperti giorno e notte, e ciò per la bellezza di cinque anni.
  Se ora possiamo permetterci una considerazione, dovremmo dire che queste misure, adottate allora in via del tutto eccezionale, dovrebbero divenire la norma, giacché i casi di catalessi son più comuni di quel che si potrebbe pensare. Più spesso di quanto non si creda, infatti, qualora per una ragione o per l’altra ci si trovi nella necessità di riaprir la bara di un defunto, il corpo del malcapitato viene trovato in posizioni strane, il volto deformato da una smorfia d’angoscia e di sofferenza, le unghie spezzate. Il legno della cassa, poi, all’interno, è sovente graffiato e mostra talvolta segni evidenti di percosse.

  Quel che sappiamo noi è che Matilde a un certo punto si destò, come l’altra volta, nella bara. Con un’agilità che trovò sorprendente, uscì dal feretro. In un tempo brevissimo giunse alla porta di Gianfrancesco, che giaceva a letto febbricitante, in preda allo sconforto. Prima di venire a conoscenza della pretesa morte dell’amata, infatti, seguendo l’esempio di Pico della Mirandola, ma con un esito che sperava più fortunato, il ragazzo aveva pianificato di rapirla e di condurla con sé a Siviglia, dove aveva certi parenti e dove sapeva che nessuno li avrebbe mai scocciati. Non ci sono parole per descrivere la meraviglia e la felicità del giovanotto nel trovarsela davanti. Per l’entusiasmo, la febbre svanì ed egli guarì in un baleno.
   “Non resta che informare i miei genitori e, ahimè, mio marito” disse mestamente Matilde, che avrebbe preferito di gran lunga continuare a soggiornare al cimitero, piuttosto che tornare dal marchese.
    “Aspettate” le disse il giovane. “Visto che tutti vi credono morta, perché non lasciar le cose come stanno?” E le propose di fuggire insieme in terra di Spagna, dove avrebbero potuto vivere felici e contenti.
   “Accetterò di partire con voi a una condizione” gli disse Matilde. “Promettete che mi rispetterete, che staremo insieme solo quando mi sentirò pronta per voi e che non mi forzerete a far nulla che io non desideri ardentemente. Vedete, il contatto e la vista del corpo flaccido del marchese mi hanno traumatizzata nei riguardi del sesso maschile e di tutti i suoi attributi, e sento che ho bisogno di tempo per riprendermi.”
  “Farò tutto quello che volete, mia adorata” le rispose Gianfrancesco, e fu una di quelle impetuose promesse di cui gli uomini, di solito, si pentono subito dopo averle formulate. Ad ogni buon conto, egli confidava che il tempo avrebbe sanato le ferite della contessina, conducendola infine fra le sue braccia.
   Dispose l’espatrio in ogni dettaglio. Per qualche giorno tenne Matilde nascosta in una stanza che comunicava con la sua, l’accesso della quale fu severamente interdetto a chiunque, inclusa la servitù. Inviò messaggeri a Siviglia con l’incarico di predisporre quanto era necessario al loro imminente trasferimento, dopodiché si congedò dalla famiglia accampando la scusa di dover partire militare per ordine del Re, che l’aveva incaricato di presidiare il Santo Sepolcro… e ciò al fine di depistare eventuali investigatori che il marchese, qualora fosse venuto a conoscenza dell’inghippo, avrebbe potuto mettere sulle loro tracce. Infine, pochi giorni dopo l’epifania, Gianfrancesco partì con Matilde nottetempo, in gran segreto.

   Giunti in terra di Spagna, i piccioncini vissero per molto tempo un amore platonico. A dire il vero, Gianfrancesco trovava Matilde un tantino cambiata. Sarà stato per via del disturbo di cui soffriva, che la erodeva lentamente e che le aveva cambiato il carattere, fatto sta che la fanciulla era più esile, più eterea, più taciturna e distante d’un tempo. Tanto per cominciare, mangiava come un uccellino. Quasi non li toccava neanche, i piatti colmi di vivande che i camerieri mori le mettevano davanti mentre sedeva alla lunga tavola di ebano della sala da pranzo della loro residenza. Il suo passo si era fatto così leggero che nemmeno si udiva, sul lastricato del patio, nella splendida, bianca villa in stile moresco in cui la coppia risiedeva stabilmente da quasi tre anni. La sua candida carnagione, infine, era divenuta ancor più chiara, e diafana al punto che a volte sembrava che il corpo di Matilde fosse trasparente. In particolare, però, feriva Gianfrancesco il fatto che la fanciulla si sottraesse a ogni suo abbraccio. Per lui era una vera tortura saperla così vicina e non poterla possedere dando la stura a tutta la sua virilità.
   Siccome Gianfrancesco era tutto fuorché stupido, a un certo punto gli venne un dubbio, sicché con un pretesto tornò di gran lena in Italia, al Ducato che gli aveva dato i natali, lasciando Matilde a Siviglia. Si recò subito al cimitero, presso la cappella di famiglia dei conti di Fossalta. Trovò il cancello aperto, come era stato disposto dal conte e dal marchese, e la bara chiusa ermeticamente. Questo lo insospettì. Anzi, gli fece correre un brivido lungo la schiena. Ma doveva assolutamente conoscere la verità. Mandati a chiamare due servi fidati, con l’aiuto di leve di metallo e d’un piede di porco, forzò nottetempo il coperchio del sarcofago. Quale fu il suo orrore, allorché i suoi occhi increduli si posarono sul corpo putrefatto della contessa Matilde, in cui pullulavano nidiate di vermi e dal quale gli salì repentino alle narici un olezzo così pestilenziale che lo fece venir meno!


3

  Questi fatti così lugubri e strani sono tutto sommato abbastanza semplici da spiegare. Matilde era affezionata al bel Gianfrancesco tanto quanto detestava il sordido marchese, e chi s’intende delle cose dell’aldilà sa che gli attaccamenti, siano rivolti alle persone o alle proprietà, sono in grado di trattenere un’anima sulla terra in forma di fantasma.
   La fanciulla s’era resa conto da tempo che un cambiamento sostanziale era avvenuto nella sua costituzione. Quando era balzata fuori dalla bara per la seconda volta, per esempio, non aveva avuto bisogno di girare la maniglia per sollevare il coperchio del feretro: piuttosto, ci era passata attraverso, sentendosi molto più leggera del solito. Davanti a casa di Gianfrancesco, poi, ci si era ritrovata all’istante, semplicemente pensando intensamente al luogo in cui intendeva recarsi.




  La verità è che era così innamorata del suo Gianfrancesco che temeva, rivelandogli d’esser morta, che lui la ripudiasse e la scacciasse inorridito, sicché aveva serbato il segreto finché era stato possibile farlo. Nel momento in cui il giovane cadeva al suolo privo di sensi, però, in virtù della chiaroveggenza di cui tutti gli spiriti son dotati, ella sentì d’averlo perduto per sempre, e seppe con assoluta certezza che l’amato non sarebbe più ritornato. Dopo qualche attimo di scoramento – è risaputo che le donne fanno prestissimo ad adattarsi a ogni nuova condizione in cui vengano a trovarsi – Matilde si risolse a condurre a termine il trapasso che per tre lunghi anni aveva procrastinato e, dissolvendosi in una bruma, abbandonò senza più remore il mondo dei viventi.

FINE


Pier Francesco Grasselli è l’autore della trilogia «maledetta» composta dai romanzi L’ultimo Cuba Libre (Mursia, 2006), All’inferno ci vado in Porsche (Mursia, 2007) e Vivere da morire (Mursia 2010), dei romanzi Ho scaricato Miss Italia (Mursia, 2008), e Fanculo amore (Mursia 2009), della raccolta di poesie Sempre meglio che lavorare - Donne, solitudini e cocktail (recentemente uscita per i tipi della casa editrice reggiana thedotcompany) e dell’opera in quattro volumi La Ricerca di Sé stessi (i primi due si possono acquistare su Amazon). Questo racconto fa parte dell’antologia Il fantasma sporcaccione, che uscirà prossimamente.