lunedì 14 aprile 2008

“Belli, infedeli e… perduti”




Dall'alto, con Michele Cucuzza alla presentazione all'Art Cafè e con Francesca Ferrando, autrice di "Belle Anime Porche" alla rassegna "Mangia come Scrivi" a Montechiarugolo (Parma).

A seguire la prefazione di Ennio Rossignoli a "L'Ultimo Cuba Libre" in occasione della presentazione del romanzo a Cortina D'Ampezzo...


“Belli, infedeli e… perduti”

di Ennio Rossignoli



Rum bianco, Coca-Cola, limone, ghiaccio: è il drink che ha preso il suo nome dal grido dei ribelli cubani alla dominazione spagnola nell’ultimo Ottocento. È il Cuba libre, che fa da titolo a questo libro disperato, nel quale si beve con metodo e con la cultura di un socio dell’Aibes (che poi sarebbe la confraternita massima dei barmen in circolazione) e nel quale si fa sesso, anzi ci si fanno le ragazze, con lo stesso metodo e con la cultura di un kamasutra senza troppa fantasia.

Sesso come occupazione seriale, una variazione dell’identico, insomma Andy Warhol trasferito in camera da letto. Ma dietro gli esercizi dell’amore orizzontale, le sniffate di cocaina, le sbornie a ritmi rock, c’è il vuoto, in cui si muovono brancolando le esistenze intrecciate di un gruppo di giovani della opulenta provincia emiliana. Un vuoto dell’anima, che la calca infernale delle discoteche, i corpi incollati ai corpi e frugati da mani indifferenti, non possono riempire; e neppure possono gli accessori, naturalmente trendy, di cui sono armati questi giovani bene, che poi tanto bene non sono: cellulari super, auto super, gli straccetti di Armani o di Versace o di D&G, che per chi non lo sapesse è la magica cifra di Dolce e Gabbana.
Vite spericolate, da Vasco Rossi a un Easy Rider nostrano, che al chopper - la moto sdraiata dei ’60 - ha sostituito la Porsche Cayenne, e al viaggio on the road sulle strade infinite d’America in cerca di libertà, la piccola corsa a tappe di una generazione - o almeno di un suo campione - che ha perso di vista il traguardo e non sa, o non vuole sapere che la sua libertà è quella - falsa - dell’anarchia dei sentimenti, mistificazione indotta dalle leggi di ogni consumo.
Una storia per così dire aperta, che non comincia e non finisce secondo i canoni tradizionali: perché è cominciata prima e fuori da questo libro, e fuori e dopo di esso continuerà, ma comunque con "L'Ultimo Cuba libre" avrà lasciato una impronta che nella forma apparente di un saggio sulla trasgressione e sul cannibalismo sessuale contiene non pochi motivi per una riflessione sul come e il perché dei giovani arrivino a dilapidare ingenti risorse mentali e psicologiche e si rifiutino di progettare un futuro che superi un giro di orologio - naturalmente Rolex.
Pier Francesco Grasselli - una vocazione feroce per la scrittura, presto scoperta e da allora testardamente inseguita - ha lasciato l’”Autogrill” del suo primo diario di viaggio per la più impegnativa prova del romanzo vero e proprio: un genere antico, che dai tempi dei Greci e dei Romani ha attraversato i secoli per affermarsi nell’età moderna. È stato via via cavalleresco e d’avventura, storico e sociale, realista e intimista; ha smontato il mondo dell’uomo, ha abolito il soggetto per gettare lo sguardo sulla “totalità degli oggetti”; è stato politico e d’intrattenimento, di azione e di formazione, ma qualunque ne sia stato l’abito, ha costretto sulle sue pagine per generazioni gli uomini in cerca di verità, o di quei sostituti di verità che sono le favole della letteratura.
Per “L’ultimo Cuba libre” - scomodando Watson o Kierkegaard - si può pensare a una definizione di romanzo “comportamentista”, o magari “esistenzialista”: ma mi è soprattutto sembrato una sorta di gelido dossier sul frenetico, insensato, corticale edonismo all’insegna del quale una ricca gioventù brucia la propria vita credendo di abbracciarla. Combattono la noia e la paura della noia correndo a 200 all’ora dentro il buio delle notti, o infilandosi in qualche sex-party in cui cercano di ammazzare la solitudine. Come nel “Reigen”, il girotondo di Arthur Schnitzler, ciò che accade resta chiuso in un circolo nel quale le azioni si ripetono, ma cambiano i punti di vista da cui i protagonisti le guardano e le vivono.
Leo, Jessica, Tony, Greta, Claudio, Max: belli, infedeli, sessualmente insaziabili, magari capaci di provare sentimenti, ma mai di farne un nucleo dell’anima. Studenti falliti, che si accontentano del 18 “in giardino” - cioè messo su libretto d’esami scaraventato dalla finestra dal professore disgustato - ma grandi conoscitori di esotiche bevande e di ogni slang musicale. Un corteo senza felicità, che si muove in un mondo dipinto di nero, come grida l’ultimo CD, che va dove porta l’inerzia di un piacere che ripete i soliti riti nei soliti luoghi: la "Discoteca Labirinto", un girone infernale dove si perdono le coscienze, e Cortina D'Ampezzo, dove bisogna esserci per confermarsi membri della comunità degli happy few, i pochi privilegiati o quelli che hanno l’aria di esserlo. Una Cortina d’antan, sotto la neve, visitata nei posti dove si fanno le battute del sesso portatile, l’erotismo da toilette per signore. Scandalo? Nella Cortina dell’alta politica, della grande imprenditoria, del grande sport, tutto si tiene: anche le abitudini poco raccomandabili dei giovani leoni in trasferta stagionale. Trucioli di trasgressione che un tempo si scopavano in fretta sotto il tappeto del perbenismo, e oggi volteggiano liberi nell’aria frizzantina delle Dolomiti: e se trovano, come nel nostro caso, qualcuno capace di raccoglierli e depositarli dentro le pagine di un libro, restano niente più che dei dettagli insignificanti di una storia ben altrimenti importante.
D’altronde non è forse vero che la letteratura offre persino all’osceno l’occasione, il mezzo di un riscatto, trasferendolo come documento di costume nello spazio dell’arte, o delle sue vicinanze? L’elenco sarebbe lungo, da Henry Miller a Lawrence, da Bukovski e Houellebecq; dunque è in buona compagnia il giovane Grasselli, ma non accusa parentele, perché lui è figlio della civiltà in cui tutto può essere hard - dal sesso alla musica, al cinema, al linguaggio; in cui i tempi di tutto sono stesi sul laminatoio della velocità, dove la sola dimensione percepibile è quella del presente, che un attimo dopo è già passato, e dove le sensazioni hanno il posto dei sentimenti, e le pulsioni il posto dei pensieri. Sicché il suo libro doveva per forza esserne la fedele testimonianza: prima ho parlato di romanzo, ma forse avrei dovuto parlare di una compilation di vite strappate, una raccolta di videoclip allusivi e tuttavia espliciti, come la pubblicità di una giovinezza sbagliata. Ha scritto George Bataille che l’erotismo è l’approfondimento della vita fin dentro la morte: ma i protagonisti di questo libro, questi trincatori dell’ultimo Cuba libre, scivolano sulla vita senza approfondirla, e la morte - quando vi s’imbattono - è niente più di un contrattempo, un intoppo nel meccanismo delle abitudini.
E così, al posto dell’erotismo, c’è qui la bulimia copulatoria, che secerne gli umori, ma lascia secca l’anima. Si può perfino uccidere e subito dopo alzare il volume dello stereo dell’auto, manovrarlo in cerca di qualcosa di allegro e spensierato, e tamburellando le dita sul volante, mettere in moto e ripartire. Diceva Stendhal che un romanzo è uno specchio che passa per la strada, a volte riflette l’azzurro del cielo, a volte il fango delle pozzanghere. Oggi al posto dello specchio c’è magari il cellulare, ma il paesaggio non cambia: leggete questo libro, e mi darete ragione.

Nessun commento: