sabato 4 ottobre 2008

NON E' UN PAESE PER GIOVANI


di Pier Francesco Grasselli

Nicole Pasetto, la sedicenne morta per un micidiale cocktail di ecstasy e alcol che ha bevuto a un rave al Lido di Venezia, è l’ultima della lista. Prima di lei c’è stata Kristel Marcarini, giovane promessa dello sci italiano stroncata da una pasticca di ecstasy tagliata male nell’aprile di quest’anno. Ancora prima è toccata al diciannovenne Nunzio Mattia Lo Castro durante un rave a Segrate.

Delle morti di questi giovani hanno parlato tutti.

Tutti tranne i ragazzi, quelli che hanno la loro età. E sapete perché non parlano? Perché sanno che nessuno ha davvero voglia di ascoltarli.

Quella di Nicole è una generazione che non disturba il conducente, non ha rivendicazioni, non va in piazza, non urla, non fa politica né a destra né a sinistra. È una generazione che ha deciso di essere invisibile agli adulti. Si fa notare solo quando muore.

Solo quando c’è il morto, qualcuno si accorge che ci sono i giovani. E allora si scatenano i Soloni: “C’è il vuoto di valori”, urlano.

Sbagliato. I valori ci sono, eccome. È un valore essere strafigo, è un valore essere il migliore, è un valore l’aggressività, la competizione, il denaro, il successo, il pensare a se stessi, persino essere furbi è un valore.

Chi ha costruito i valori di questa società? Certo non Nicole o i suoi coetanei. Sono stati i vecchi, gli stessi che poi frignano sul vuoto di valori.

Nicole e tutti gli altri ragazzi morti per droga, alcol, per la follia di una corsa in macchina, non sono vittime, sono eroi, cari i miei vecchietti, perché muoiono per i valori della società che voi avete costruito.

Sono i vecchi che hanno imposto le catene, hanno costruito con i fatti e le parole una società impostata sui valori del successo e del consumo e poi si scandalizzano se i giovani muoiono per quei valori. Vecchi e ipocriti. Se non lo fossero, dovrebbero ammettere che tutti i morti sotto i trent’anni per alcol, droga e disperazione, dovrebbero essere celebrati e non commiserati: sono caduti per testimoniare i valori della società dei loro vecchi. Sono morti perché vogliono essere “strafighi”, vogliono “essere all’altezza” come previsto dalla società.

Perché, diciamolo, questo non è un Paese per giovani. Non c’è spazio per la fragilità dei giovani, per la loro energia, per i loro desideri, per la loro fatica di vivere, per le loro idee.

I giovani sono ospiti mal tollerati di una società che continuamente celebra la memoria ma ignora il futuro.

Celebriamo il 1918, il 45, il Sessantotto, il Settantasette, l’Unità d’Italia e la fine della Prima Repubblica. E avanti con gli anniversari e con la memoria di chi ha lottato per la rivoluzione, di destra e di sinistra. Questo è un paese di vecchi rivoluzionari piegati dal benessere, che vivono con la testa rivolta all’indietro e non si accorgono che salvano il passato ma fottono il futuro.

In questi giorni ci hanno sfinito con il Sessantotto. Ho fatto i conti: quelli che hanno fatto il mitico Sessantotto, a destra o a sinistra, oggi hanno sessant’anni, eppure ci stanno ancora ammorbando con i loro racconti di gioventù.

Marcello Veneziani e Mario Capanna hanno in comune una cosa: sono vecchi. Quando smetteranno di sfogliare i loro ricordi e alzeranno la testa per guardare i giovani di oggi? Quando si faranno da parte per lasciare spazio ai giovani? E non mi si dica che spetta ai giovani lottare per prendersi lo spazio, non si dica che così come hanno fatto i ragazzi del Sessantotto anche quelli del 2008 dovrebbero farsi largo a gomitate.

Nel caso non ve ne foste ancora accorti sappiate che i ragazzi della generazione invisibile stanno già resistendo e lottando in modo che voi non potete capire.

Si sono chiusi nel loro mondo, si aggrappano al loro gruppo di coetanei, si aiutano l’uno con l’altro. Hanno inventato una lingua che i vecchi non possono capire, hanno sistemi di comunicazione clandestini ( vi siete mai chiesti, cari vecchietti, come fanno a trovarsi in quattromila a un rave?), hanno piccole comunità solidali (vi stupirebbe, cari vecchietti, vedere quanto è importante l’amicizia nelle bande e nei gruppi giovanili), hanno la loro musica, la loro letteratura, la loro arte. Certo, hanno anche la loro disperazione, le loro insicurezze, le loro paure, i loro errori. Sono confusi e disperati. Ma ci sono. E resistono come possono. Questo è il Paese dei Veneziani e dei Capanna. Non è il Paese di Nicole e degli altri.