mercoledì 24 novembre 2010

Scrittori ed editori...



Intervista di Pasquale Giannino sul tema dell'editoria a pagamento, dell'editoria in generale e delle difficoltà che incontra chi vuole diventare scrittore

Cosa vuol dire, oggi, essere uno scrittore?

La definizione di scrittore professionista presuppone che un editore creda e investa nel prodotto che gli viene proposto e retribuisca l’autore con una percentuale sui proventi.

Che tipo di messaggio ritieni di trasmettere ai lettori?

Credo un messaggio critico. Cerco di far sì che i miei lettori mettano in discussione se stessi e il loro stile di vita. Penso che un buon libro dovrebbe scardinare qualche certezza, accendere qualche miccia. Per esempio, nell’ultimo libro, “Vivere da morire”, che ho concepito come una sorta di “Le relazioni pericolose” dei giorni nostri, ho inserito – romanzandoli – molti degli episodi che hanno dominato la cronaca degli ultimi anni: i ricatti, gli scandali, i compromessi, le escort e così via, scattando una fotografia sociale che tende a mettere in guardia le persone dai falsi miti di oggi e dagli allettamenti del mondo dello spettacolo. Non a caso, fra i protagonisti, ci sono un ragazzo diventato famoso perché ha vinto l'ultima edizione del 'Grande Fratello', una giovane ereditiera, un paparazzo senza scrupoli e un facoltoso produttore cinematografico.

La situazione stagnante dell’editoria italiana favorisce il proliferare degli editori a pagamento. Qual è il tuo parere in merito?

Tanti ragazzi mi scrivono per chiedermi se vale la pena di pubblicare a pagamento. La risposta è sempre la stessa: NO. A parte rarissimi casi di editori che per la poesia chiedono modesti contributi (sotto i 500 euro) qualsiasi editore che chieda dei soldi all'autore è una “sola”, come dicono a Roma. Sempre. Non c'è selezione, né visibilità. Interviste in programmi tv, fiere nazionali, tutte balle. Questi editori a pagamento non arrivano mai nemmeno nelle librerie con i loro libri. Non bisogna mai fidarsi degli editori a pagamento. L'autore non deve mai ritrovarsi a dover pagare per essere pubblicato. Il consiglio che do ai giovani che vogliono diventare scrittori è di non mollare e di avere pazienza. Devono aver qualcosa da dire, tanto per cominciare. Non devono pretendere di fare centro al primo colpo. Devono mandare i propri manoscritti agli editori seri, se necessario per anni, finché un editore vero accetterà di pubblicare una loro opera.

Tanti scrittori inesperti cadono nelle grinfie di personaggi che non si fanno scrupoli a dissanguarli con promesse di servizi e promozioni a cui non potranno mai tener fede: spesso non hanno neanche una rete distributiva. In certi casi, l’autore ottiene delle copie che potrà rivendere ad amici e conoscenti, ma si renderà subito conto di aver buttato via i propri soldi. A volte, il libro non viene nemmeno stampato. Molti scrittori noti ne sono a conoscenza ma, eccetto rarissimi casi (Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), preferiscono tacere. Non credi che “parlarne” sarebbe un modo efficace per arginare il fenomeno?

Lo so. E ripeto ciò che ho detto prima: non bisogna mai pagare per pubblicare. C’è un’altra ragione per non “abboccare” all’esca dell’editoria a pagamento. La selezione che si è costretti ad affrontare nell’editoria seria è un filtro necessario perché tutto ciò che di inutile e dilettantesco viene proposto agli editori venga giustamente messo da parte. In Italia soffrono tutti di protagonismo e tutti vogliono essere scrittori. Bene, è giusto che si superi una selezione per potersi avvalere della qualifica di "scrittore", così come in una qualsiasi carriera si deve terminare l'università e superare vari concorsi. L'equivalente di laurearsi, per uno scrittore, è venir pubblicati da un editore che ritiene di poter guadagnare mettendo in commercio il prodotto che gli viene proposto e quindi investe in esso e poi gira all’autore una parte dei proventi. L’autore non deve mai sborsare un quattrino. Insomma, credo che le porte in faccia (prese anche per anni) siano una tappa obbligata del percorso di formazione di uno scrittore: serve a farsi la scorza, come si suol dire. Io stesso ho impiegato 10 anni prima di riuscire a pubblicare e so cosa vuol dire rischiare di perdere le speranze. Ma comunque mi sento di scoraggiare tutti coloro che accettano di pagare per pubblicare. Non ha senso e nella maggior parte dei casi si tratta di un inutile tributo al nostro ego e alla nostra vanità. Ci sono editori anche medio-piccoli che non chiedono soldi e che comunque sono discretamente presenti sul territorio. Tanto vale tentare con quelli, oltre che con i grandi editori. Se la qualità c'è, l'occasione arriverà. E se non va bene con il primo libro che si scrive, allora la cosa migliore da fare è scriverne un altro, e un altro, e un altro ancora. Il punto è aver voglia di tentare, tentare, tentare... e aspettare fino a quando una porta non si aprirà. E' una sorta di selezione naturale.


Il filosofo-matematico Bertrand Russell annovera l’invidia tra le principali cause di infelicità che affliggono l’uomo e la considera un male endemico tra colleghi. È forse questo che rende gli scrittori affermati così indifferenti?

Credo che lo scrittore affermato non sia indifferente, ma tristemente consapevole del fatto che la stragrande maggioranza delle persone desidera pubblicare un libro solo perché "fa figo", e non perché ha davvero qualcosa da dire o una storia da raccontare.
Quello che posso dire agli aspiranti scrittori è questo: molte persone mi mandano alcune pagine dei loro manoscritti chiedendo un'opinione, e nel 99% dei casi si tratta di lavori immaturi. Non si diventa scrittori da un giorno all'altro, e se non avete esperienza la prima cosa che scrivete non è quasi mai pubblicabile. Il punto è: non arrendersi, continuare a provare, a scrivere e a mandare i manoscritti agli editori. Di certo servono anche talento e creatività, proprietà di linguaggio e contenuti, ma la differenza tra chi pubblica e chi non pubblica è anche e soprattutto nella perseveranza. Mandate i vostri manoscritti agli editori veri (grandi e medi); prima magari telefonate a fatevi dire se accettano manoscritti in visione. Oppure trovate un agente letterario. Poi aspettate, e intanto - se davvero volete fare gli scrittori - leggete e scrivete. Leggete i classici, capite cosa significa scrivere. Ripeto, il primo libro non è quasi mai pubblicabile, quasi sempre per lo scrittore si tratta di una prova. Scrivete senza fretta di pubblicare. Quando sarà il momento - quando i vostri testi saranno maturi - arriverà anche la fatidica telefonata dell'editore.

Il problema, in verità, è più generale: una sorta di “nonnismo” diffuso nei confronti dei giovani – oggi dilagante attraverso nuove forme di sfruttamento (laureati assunti per tre mesi nei call center, contratti a progetto, etc.) – un fenomeno che riguarda non solo il mondo letterario, ma anche le professioni, il lavoro dipendente, la finanza, la ricerca (fuga dei cervelli), il giornalismo… Non pensi che i giovani potrebbero costituire una risorsa preziosa per il paese?

Certo che lo penso. Ma l'Italia non è un Paese per giovani...

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